Da secoli, teologi e scienziati si scontrano su un confine apparentemente invalicabile: quello della fine della vita biologica. Fino a poco tempo fa, la neuroscienza manteneva una posizione monolitica, affermando che la mente fosse un semplice sottoprodotto dell’attività elettrica neuronale. Spegni il cervello, spegni la persona. Tuttavia, nuovi approcci interdisciplinari stanno scardinando questa certezza, suggerendo che la coscienza potrebbe esistere indipendentemente dalla materia grigia.
Al centro di questo dibattito emerge una prospettiva affascinante attribuita alla professoressa Maria Strömme, docente di nanotecnologie all’Università di Uppsala. La sua proposta teorica invita a riconsiderare l’essere umano non come un generatore autonomo di pensieri, ma come un ricevitore di un segnale più vasto. Se questa visione fosse confermata, cambierebbe per sempre la nostra comprensione dell’universo, trasformando la morte da un punto finale a un semplice cambio di stato fisico.

La mente come campo fondamentale della realtà
Il cuore della questione risiede in quello che i filosofi chiamano il “problema difficile della coscienza”. Come fa la materia inerte a generare l’esperienza soggettiva? Secondo la visione materialista classica, è tutta una questione di complessità computazionale. Ma la teoria avanzata dalla professoressa Strömme capovolge il tavolo: la coscienza non emerge dal cervello umano, ma esiste separatamente come un’entità primaria.
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Immaginate il vostro cervello non come un computer che crea dati, ma come un televisore che riceve un segnale. Se distruggete il televisore, l’immagine scompare, ma il segnale continua a viaggiare nell’etere. In questo modello, la coscienza, non la materia, è il fondamento fondamentale della realtà.
Questa impostazione si allinea con alcune interpretazioni della meccanica quantistica, dove l’osservatore gioca un ruolo cruciale nel collasso della funzione d’onda. Se la mente non è confinata nel cranio, le implicazioni sono vaste. La morte biologica smette di essere l’annichilimento dell’io e diventa il momento in cui la coscienza ritorna semplicemente nel campo di fondo, libera dai vincoli fisici che ne filtravano la percezione.
Il paradosso dell’onda e dell’oceano
Per visualizzare questo concetto astratto, viene utilizzata una metafora potente: quella dell’oceano. Pensate alla vita individuale come a un’onda che si alza dalla superficie del mare. Per un breve momento, l’onda ha una forma, una direzione e un’identità distinta. Sembra separata. Tuttavia, la sostanza di cui è fatta è l’acqua stessa dell’oceano.
Quando l’onda si infrange sulla riva, non scompare nel nulla; torna a essere oceano. Secondo la teoria discussa, il substrato fondamentale della coscienza non inizia né finisce con il corpo. Noi siamo l’onda: un’espressione temporanea e localizzata di un campo unificato molto più vasto.
Questo cambio di paradigma suggerisce che tutte le coscienze individuali fanno parte di un unico campo fondamentale. Non siamo isole separate, ma punti di accesso a una rete condivisa. Questo spiegherebbe perché, in certi stati alterati o meditativi, molte persone riferiscono una sensazione di “unità” con il tutto, una percezione che la scienza materialista ha spesso liquidato come allucinazione, ma che qui trova una base teorica solida.

Spiegare l’inspiegabile: NDE e fenomeni non locali
Se accettiamo l’ipotesi che la mente non sia locale, molti fenomeni considerati “paranormali” o pseudoscientifici acquisiscono improvvisamente una cornice logica di studio. Prendiamo ad esempio le esperienze di pre-morte (NDE – Near Death Experiences). Pazienti clinicamente morti, con attività cerebrale assente, riportano visioni lucide, incontri con parenti defunti e una percezione aumentata della realtà.
In un modello dove il cervello produce la coscienza, questo è impossibile. Ma se il cervello agisce come un filtro che normalmente limita l’accesso al “campo”, allora le visioni anomale osservate durante le esperienze di pre-morte potrebbero essere associate a un accesso atipico a questo campo fondamentale. Quando il filtro si spegne (morte clinica), la connessione non si interrompe, anzi: si espande.
Il modello suggerisce implicazioni ancora più ardite:
- Telepatia e intuizione: Se le nostre menti sono collegate allo stesso “cloud” di coscienza, il trasferimento di informazioni senza supporto fisico (telepatia) potrebbe essere spiegato attraverso meccanismi simili all’entanglement quantistico.
- Memoria non locale: La possibilità che i ricordi non risiedano fisicamente nei neuroni, ma siano immagazzinati nel campo, accessibili finché il “ricevitore” è sintonizzato sulla giusta frequenza.
Le capacità extrasensoriali come la telepatia potrebbero non solo essere reali, ma anche scientificamente verificabili se smettiamo di cercare le prove dentro la biologia e iniziamo a cercarle nella fisica dei campi.
Oltre il materialismo scientifico
È doveroso sottolineare che la comunità scientifica rimane cauta. La visione predominante resta quella neurobiologica. Tuttavia, teorie come quella attribuita alla Strömme o la famosa “Orch-OR” dei fisici Roger Penrose e Stuart Hameroff, stanno aprendo crepe nel muro del materialismo.
Ciò che rende questa teoria rivoluzionaria non è solo la promessa di una vita oltre la morte, ma la ridefinizione della vita stessa. Se la coscienza non cessa con la morte, la nostra esistenza acquisisce una continuità che trascende il tempo biologico. Non siamo macchine biologiche destinate all’oblio, ma entità complesse che interagiscono con la struttura profonda dell’universo.
Resta molto da indagare e servono prove empiriche ripetibili per trasformare questa ipotesi in legge fisica. Tuttavia, il solo fatto che fisici e nanotecnologi stiano esplorando territori un tempo riservati ai mistici indica che siamo sull’orlo di una potenziale rivoluzione cognitiva.
Domande Frequenti (FAQ)
La scienza ha provato che c’è vita dopo la morte? Attualmente non esiste una prova scientifica definitiva e universalmente accettata. Tuttavia, teorie basate sulla meccanica quantistica e studi sulle esperienze di pre-morte (NDE) suggeriscono che la coscienza potrebbe non essere strettamente legata all’attività biologica del cervello, aprendo la possibilità alla sua sopravvivenza.
Cos’è la teoria del campo unificato della coscienza? È l’ipotesi secondo cui la coscienza non è prodotta dai singoli cervelli, ma è una proprietà fondamentale dell’universo, simile allo spazio-tempo o alla gravità. I cervelli agirebbero come ricevitori o filtri di questo campo universale condiviso, anziché come generatori.
Perché le esperienze di pre-morte sono importanti per questa teoria? Le NDE sfidano il modello medico classico perché avvengono spesso quando il cervello non mostra attività elettrica sufficiente a generare sogni o allucinazioni complesse. Questo suggerisce che la consapevolezza possa persistere anche quando il supporto fisico (il cervello) è temporaneamente offline.
Chi è Maria Strömme? Maria Strömme è una rinomata professoressa di nanotecnologie presso l’Università di Uppsala, in Svezia. Sebbene famosa per le sue invenzioni nel campo dei materiali (come l’Upsalite), le sue riflessioni (o quelle a lei attribuite in contesti speculativi) stimolano il dibattito sull’intersezione tra materia e fenomeni cognitivi.
Per approfondire l’argomento: Consigliamo la lettura di studi pubblicati su riviste come Scientific American o Journal of Consciousness Studies, oltre ai lavori del fisico Roger Penrose sulla coscienza quantica.
Link consigliati:
- University of Uppsala – Ricerca e Dipartimenti
- Division of Perceptual Studies – University of Virginia (Centro leader mondiale nello studio scientifico delle NDE)
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