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Fine del mondo: la scienza ha scelto 5 mete dove la vita continuerà

Angela Gemito Feb 24, 2026

Siamo segnati da una policrisi permanente — dove tensioni geopolitiche, mutamenti climatici estremi e instabilità economica sembrano intrecciarsi in un nodo indissolubile — la domanda non è più “se” il sistema globale sia fragile, ma “dove” sia possibile trovare un approdo sicuro qualora le reti che sostengono la nostra civiltà dovessero cedere.

Non si tratta di scenari da cinema catastrofista, ma di rigorose analisi accademiche. Uno studio coordinato dall’Anglia Ruskin University, integrato dai più recenti dati del 2026 sulla resilienza climatica e la stabilità delle infrastrutture, ha isolato i parametri che rendono una nazione un “rifugio” potenziale: autosufficienza alimentare, indipendenza energetica, isolamento geografico e bassa densità abitativa.

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Ecco i 5 Paesi che, secondo la scienza, hanno le migliori carte da giocare per preservare la struttura sociale in caso di un collasso globale.

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1. Nuova Zelanda: L’arca di Noè dell’emisfero australe

Da anni la Nuova Zelanda occupa il primo posto in ogni simulazione di sopravvivenza. Il motivo non risiede solo nella sua bellezza naturale, ma nella sua geografia strategica. Essendo un arcipelago isolato, è protetta dalle grandi ondate migratorie che potrebbero destabilizzare i continenti in caso di crisi agraria globale.

Ma la vera forza di Wellington è l’energia. Grazie a un massiccio sfruttamento del geotermico e dell’idroelettrico, il Paese può mantenere le sue reti elettriche attive anche se il commercio mondiale di idrocarburi dovesse interrompersi domani. Inoltre, la disponibilità di terreni agricoli pro capite è tra le più alte al mondo, garantendo una sovranità alimentare che pochi altri stati possono vantare.

2. Islanda: Il bastione termale nel Nord Atlantico

L’Islanda è un paradosso di ghiaccio e fuoco che, in uno scenario di collasso, diventa una fortezza inespugnabile. La sua distanza fisica da qualsiasi focolaio di conflitto europeo la rende naturalmente protetta. Tuttavia, la sua risorsa più preziosa è il sottosuolo.

L’Islanda è già oggi quasi totalmente indipendente per quanto riguarda il riscaldamento e l’elettricità, grazie alla geotermia. In un mondo privo di forniture stabili di gas o carbone, gli islandesi continuerebbero ad avere case calde e serre illuminate per la coltivazione interna. Il limite? La varietà alimentare, che costringerebbe la popolazione a una dieta basata quasi esclusivamente su pesca e agricoltura idroponica avanzata.

3. Australia (Tasmania): Un micro-mondo resiliente

Mentre l’Australia continentale deve fare i conti con siccità estrema e incendi boschivi, la Tasmania emerge come un’eccezione climatica e sociale. Quest’isola possiede una diversità di zone climatiche che le permette di fungere da “dispensa” anche in condizioni meteorologiche avverse.

Le analisi indicano la Tasmania come un luogo ideale per la sopravvivenza di comunità a lungo termine. La sua posizione, ai margini dei flussi meteorologici globali, la protegge parzialmente dalle fluttuazioni termiche più violente. La presenza di infrastrutture moderne, unite a una densità di popolazione contenuta, permetterebbe una transizione più dolce verso un’economia locale e chiusa.

4. Irlanda: La resilienza atlantica

Nonostante la vicinanza geografica all’Europa continentale, l’Irlanda presenta caratteristiche di resilienza uniche. La sua economia agricola è storicamente robusta e il Paese ha mantenuto una forte identità di produzione locale.

In uno scenario di frammentazione del mercato unico europeo, l’Irlanda potrebbe contare sulle correnti oceaniche per mitigare gli sbalzi termici e su un suolo fertile che, se riconvertito dalle esportazioni al consumo interno, potrebbe sfamare la popolazione senza difficoltà. La sfida principale per Dublino rimarrebbe la difesa delle coste e la gestione delle risorse energetiche, attualmente ancora troppo dipendenti dalle interconnessioni estere.

5. Svizzera: La fortezza alpina nel cuore del caos

È l’unica nazione non insulare a comparire costantemente nelle top list della sopravvivenza. La Svizzera non gode dell’isolamento oceanico, ma ha costruito nei decenni una resilienza artificiale senza eguali.

Con un sistema di rifugi atomici capace di ospitare l’intera popolazione e una configurazione geografica che facilita la difesa territoriale, la Svizzera è il modello della “neutralità armata”. La sua stabilità politica e la ricchezza di risorse idriche (i ghiacciai alpini come riserva d’acqua dolce) le permetterebbero di resistere a lungo anche in isolamento. Tuttavia, la sua sopravvivenza dipenderebbe dalla capacità di mantenere l’ordine sociale in un continente potenzialmente instabile.


Il fattore umano: Perché la geografia non basta

Nonostante le coordinate geografiche giochino un ruolo fondamentale, gli esperti sottolineano che la sopravvivenza di una nazione non dipende solo dalle risorse fisiche. Il vero spartiacque tra il caos e la continuità è la coesione sociale.

Un Paese con abbondanza di cibo ma con una profonda polarizzazione politica o una distribuzione della ricchezza estremamente diseguale crollerebbe dall’interno prima ancora che per cause esterne. La capacità di collaborare, di rispettare le istituzioni e di adattare i propri stili di vita a una realtà meno globalizzata è il “capitale invisibile” che rende nazioni come la Nuova Zelanda o l’Islanda dei modelli di riferimento.

Scenari futuri: L’adattamento come unica via

Entro il 2030, la mappa della resilienza mondiale potrebbe subire ulteriori scossoni. Il cambiamento delle correnti oceaniche, come il possibile indebitamento della Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC), potrebbe rendere l’Irlanda e l’Islanda molto più fredde di quanto siano oggi, rimescolando le carte della produzione agricola.

L’umanità si trova davanti a un bivio: investire oggi nella resilienza delle reti locali o sperare che la globalizzazione rimanga intatta per sempre. Questi cinque Paesi ci insegnano che la sicurezza non è un concetto astratto, ma un mix di autonomia, geografia e lungimiranza.

Esistono tuttavia altri fattori meno noti, come la capacità di mantenere l’accesso a medicinali essenziali o la gestione delle tecnologie di comunicazione in isolamento, che potrebbero ribaltare queste classifiche.

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Angela Gemito

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