Epatite B, un malattia che risale a oltre quattro secoli fa
Epatite C campagna per sensibilizzare su prevenzione e cura

L’epatite B è una malattia molto contagiosa causata dall’omonimo virus, detto anche HBV, che si trasmette attraverso il sangue o tramite i fluidi corporei (sperma, secreto vaginale, saliva), come avviene con l’uso promiscuo di siringhe, rasoi e spazzolini infetti o durante i contatti sessuali.

Il contagio può avvenire anche e soprattutto per opera dei cosiddetti portatori asintomatici, persone che, pur non manifestando sintomi importanti e non essendo per questo a conoscenza della propria malattia, possono inconsapevolmente trasmetterla a terzi.

L’epatite B colpisce soprattutto il fegato, causando un’infezione talvolta del tutto asintomatica, ma che può essere causa di gravi problemi, come la comparsa di cancro al fegato, cirrosi o insufficienza epatica. In alcuni casi il trapianto dell’organo rappresenta l’unica soluzione per salvare la vita al paziente.

Una vera e propria cura capace di debellare l’epatite B non esiste, ma ormai da molti anni è disponibile un vaccino in grado di prevenirla efficacemente a qualsiasi età.

Stando a quanto scoperto recentemente da un team di studiosi, tra cui anche italiani, questa patologia non sarebbe affatto “moderna: sarebbe stata infatti causa di morte già più di quattro secoli fa e da allora sarebbe pressappoco rimasta immutata.

Nello specifico, un team internazionale di ricercatori della McMaster University di Hamilton in Canada, diretto da Hendrik Poinar, e della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, costituito da Gino Fornaciari e Valentina Giuffra, ha appurato che un bambino vissuto al termine del Rinascimento, al tempo della Controriforma, circa 500 anni fa, imbalsamato e conservato all’interno della Basilica di San Domenico Maggiore a Napoli, nelle arche sepolcrali, era portatore del virus dell’epatite B.

Epatite B, un malattia che risale a oltre quattro secoli fa

Epatite B un malattia che risale a oltre quattro secoli fa

Durante delle missioni esplorative dell’Università di Pisa nella Basilica di San Domenico Maggiore a Napoli fu ritrovata la mummia intatta del bambino di due anni indossante ancora la veste monastica dell’Ordine Domenicano, grazie alla quale i ricercatori hanno adesso ottenuto il sequenziamento completo del genoma di un antico ceppo del virus dell’epatite B (Hbv).

«Mentre in genere i virus si evolvono molto rapidamente, è stato visto che questo antico ceppo di HBV è mutato poco negli ultimi 450 anni – spiega il prof. Fornaciari, che era nel team che ha scoperto la mummia – È stata infatti rilevata una stretta relazione tra i ceppi antichi e moderni di epatite B: entrambi mancano di quella che è nota come «struttura temporale».

In sintesi, spiegano i ricercatori in una nota – non esiste un tasso misurabile di evoluzione nel virus dell’epatite B durante gli ultimi 450 anni: «la spiegazione potrebbe consistere nel fatto che essendo l’epatite B una malattia sessualmente trasmessa, e non tramite animali o insetti vettori, il virus non ha avuto la necessità di mutare almeno negli ultimi cinque secoli».

Se si considera che oggi nel mondo sono oltre 350 milioni le persone infette, si comprende perché è importante studiare i virus antichi: “Più comprendiamo meglio – afferma Hendrik Poinar, genetista evolutivo del McMaster Ancient Dna Center e investigatore principale all’Istituto Michael G. DeGroote per la ricerca sulle malattie infettive – il comportamento delle pandemie e delle epidemie passate, maggiore è la nostra comprensione di come i moderni agenti patogeni potrebbero diffondersi. E queste informazioni alla fine contribuiranno agli sforzi per controllare questi minuscoli killer”.

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

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