Giovanni Veronesi racconta di un’Italia che non ha posto per i giovani

La fuga “dei cervelli”, ma soprattutto dei più giovani, che negli ultimi anni non riescono a trovare in Italia quelle opportunità di crescita ed affermazione che altri paesi del mondo invece hanno, e per questo scelgono di emigrare, non è certo un argomento nuovo, ma Giovanni Veronesi ha deciso di riaffrontarlo nella sua ultima pellicola, con occhio disincantato e senza false illusioni.

“Non è un paese per giovani” è nato per raccontare le tante esperienze di fuga dall’Italia che il regista ha raccolto in una trasmissione radiofonica della Rai. E’ venuto fuori un viaggio all’interno di un tormento, mentre  le esperienza delle fughe dei ragazzi sono state sintetizzate nelle clip che aprono il film e dove tutti i ragazzi ci ripetono lo stesso ritornello: che lasciano l’Italia per cercare un lavoro.

Nella pellicola, Sandro e Luciano hanno poco più di vent’anni e vivono a Roma: si conoscono lavorando come camerieri e presto iniziano a condividere il sogno di trasferirsi a Cuba, dove aprire un locale vista mare. Giungi sull’isola devono scontrarsi con alcune difficoltà pratiche, ma soprattutto con un le insicurezze e i demoni che si sono portati dietro dall’Italia.

La nuova commedia di Veronesi sarà in sala il 23 marzo ed è l’ultimo tassello di una cinematografia capace di farsi testimone delle difficoltà generazionali.

«Non sono un regista politicizzato né un antropologo. Ho cercato di cogliere con un certo romanticismo l’anima di quei ragazzi, la loro incoscienza e sensibilità», ha puntualizzato Veronesi.

«Cerco di far ridere, ma poi è impossibile non far commuovere. È più forte di me», rivela il regista che omaggia la vera commedia all’italiana. «Scrivendo Non è un paese per giovani ho chiesto aiuto a Monicelli perché è da un po’ di anni che le nostre commedie sono state equivocate, si pensa sempre che siano film comici», spiega il regista. «La commedia, come dicevano i grandi del passato, è come la vita: da una scena all’altra puoi piangere e poi ridere. E soprattutto i protagonisti possono morire. Questo lo devono capire gli italiani e i produttori cinematografici».

 

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