Legge Basaglia, 40 anni dalla legge che impose la chiusura dei manicomi
Alzheimer la solitudine poco studio tra i fattori di rischio

Le ultime due generazioni, per fortuna aggiungiamo noi, hanno sentito parlare dei manicomi solo dai libri e dai film, come entità lontane e inconcepibili, ed è tutto merito della Legge Basaglia.

La legge 180 del 13 maggio 1978, meglio nota come legge Basaglia, impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) istituendo servizi di igiene mentale pubblici. Essa si basava sulle nuove e “più umane” concezioni psichiatriche promosse e sperimentate da Franco Basaglia presso il manicomio San Giovanni di Trieste e portò con se una vera e propria rivoluzione culturale e medica.

Ispirandosi alle idee dello psichiatra statunitense Thomas Szasz, Basaglia s’impegnò nel compito di riformare l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, proponendo un superamento della logica manicomiale.

Prima della riforma dell’organizzazione dei servizi psichiatrici legata alla legge n. 180/1978, i manicomi erano spesso significativamente connotati come luoghi di contenimento sociale, e dove l’intervento terapeutico e riabilitativo scontava frequentemente le limitazioni di un’impostazione clinica che si apriva poco ai contributi della psichiatria sociale, delle forme di supporto territoriale, delle potenzialità delle strutture intermedie, e della diffusione della psicoterapia nei servizi pubblici.

Il manicomio in pratica negli anni ’60 era una sorta di carcere per persone socialmente scomode:  individui diversamente abili, omosessuali e tutti coloro che ‘davano fastidio al sistema’ .

Ci sono voluti decenni per comprendere che la sofferenza mentale deve essere riconosciuta e non rimossa in un istituto anche perché spesso le malattie mentali sono frutto di istituzioni e in quei manicomi le persone venivano torturate: è difficile restare sani di mente quando ti torturano legandoti a letto, facendoti bagni caldi e freddi, praticandoti l’elettroshock o mettendoti intorno al collo un panno bagnato di urina.

L’idea che questa legge portava con se era quella di ridurre le terapie farmacologiche e la contenzione, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una miglior qualità di vita dei pazienti che alla chiusura dei manicomi sarebbero stati seguiti e curati da ambulatori territoriali. Ma pazienti che per anni erano stati annullati e istituzionalizzati tutto d’un tratto non potevano essere lasciati “a piede libero” e allo sbaraglio in quella società che da sempre aveva cercato di ammutolirli e annientarli togliendo loro ogni diritto; la chiusura dell’ultimo manicomio in Italia è avvenuta solo nel 1999 proprio perché prima era necessario costruire e consolidare la rete di servizi ambulatoriali nel territorio.

E per fortuna negli ultimi vent’anni la situazione ha continuato a migliorare ed ora repelle persino pensare di poter recludere i diversamente abili in strutture simili a lager.

Oggi è indubbio che il malato non è il “matto”, il diverso, il soggetto “pericoloso” da emarginare e distogliere dalla comunità dei “normali”, ma un degente bisognoso di cure e assistenza, e soprattutto, un essere umano in difficoltà. Una persona delle cui problematiche la società doveva farsi carico, senza limitarsi ad aggirare il problema rinchiudendolo tra le quattro mura di un manicomio.

Oggi il modello su cui si basa l’assistenza psichiatrica è definito bio-psico-sociale. Questo perché, in primo luogo, la malattia psichiatrica è innanzitutto una malattia a tutti gli effetti, un’affezione biologica. In secondo luogo, perché colpisce la sfera della mente. Infine, perché la cura e il recupero del malato non può prescindere dal ripristino, o dalla conservazione, di tutti quei contatti che il degente ha con il tessuto sociale in cui è nato e vissuto.

Ma non mancano le criticità: Franco Rotelli, psichiatra e presidente della Commissione Sanità del Friuli Venezia Giulia, che nel 1980 succedette a Basaglia alla direzione dei servizi di salute mentale triestini, sottolinea come ancora oggi il disagio mentale non venga affrontato in maniera olistica e come i soggetti più deboli vengano curati da un sistema sanitario non in grado di gestire i 2 milioni di persone che ogni anni in Italia si ammalano in maniera grave a livello psichiatrico.

L’unico rapporto sulla salute mentale effettuato nel 2015 dal Ministero della Salute ha mappato una penisola in cui il rapporto tra malati, personale medico e assistenti sociali è insufficiente e troppo spesso ancora oggi si ricorre alla terapia farmacologica e, ancora peggio, alla contenzione meccanica per ovviare a mancanza di fondi.

Molto è delegato al volontariato e alle tante associazioni che si prendono carico di queste persone.

Angela Sorrentino

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

1 comment
  1. Bella roba
    Il risultato e solo uno
    Familiari con responsabilita penale
    Nessuna assistenza dallo stato
    Portarli al CSO serve solo agravare l impegno di tenerli
    Non possiamo andare al lavoro
    Una truffa e un danno per noi parenti
    Unico stato che ha chiuso i manicomi

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