Aglio per combattere i nuovi superbatteri

Si parla di un’emergenza ormai a livello mondiale, lo conferma la stessa OMS, i cosiddetti superbatteri che continuano a proliferare e ad essere più forti, tanto da rendere, spesso, nulli i nostri farmaci dando modo agli stessi di passare di individuo in individuo contagiando quest’ultimo, ma analizziamo a fondo quali sono i superbatteri ed in che modo è possibile riuscire a creare una sorta di barriera resistente.

Secondo un report rilasciato recentemente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la diffusione dei super batteri e l’aumento della resistenza antimicrobica rappresentano una minaccia sempre più grave per l’umanità.

La resistenza consiste nella capacità di microrganismi come batteri, funghi, virus e altri parassiti di modificarsi e adattarsi alle nuove condizioni dopo essere stati esposti a farmaci come antibiotici, antifungini e antivirali. Ai microrganismi che sviluppano tale capacità ci si riferisce spesso con il termine “superbatteri“: la conseguenza è che i farmaci risultano inefficaci e le infezioni persistono nell’organismo aumentando il rischio di contagiare anche gli altri.

Ad oggi su 51 molecole in sperimentazione, soltanto 8 sono in grado di contrastare quei ceppi batterici che non rispondono ormai più alle terapie esistenti. Per fare solamente un esempio, sono circa 250.000 le persone all’anno che muoiono di tubercolosi multiresistente, una variante più aggressiva e potente di quella comunemente nota.

Superbatteri e infezioni aglio per combatterli

Superbatteri e infezioni aglio per combatterli

La resistenza ai batteri è causata soprattutto da un uso eccessivo di antibiotici, che sovente sfocia in abuso.

Secondo l’Ecdc, nel 2016 il consumo quotidiano di antibiotici a livello europeo era pari a 21,9 DDD. Sigla che sta per Defined Daily Dose. In italiano dose definita giornaliera. Si tratta dell’unità di misura delle prescrizioni farmaceutiche. Sempre secondo l’Ecdc, negli ultimi cinque anni la media europea ha oscillato tra i 21,7 e i 22,4.

È nel sud Europa che si registrano i consumi maggiori di antibiotici. Il record è andato alla Grecia, con 36,3 DDD ogni mille persone. L’Italia è al sesto posto, con 26,9 dosi definite giornaliere.

L’Oms ha stimato che nel 2050 potrebbero morire oltre 10 milioni di persone per infezioni batteriche, se questa tendenza non dovesse essere invertita.

Ma mentre la sensibilizzazione e gli appelli lanciati anche dai massimi esperti del settore fanno il loro corso, e la tendenza ad abusare di antibiotici si inverta, cosa possiamo fare contro i “superbatteri”?

Una recente ricerca condotta da un team di scienziati dell’Università di Copenaghen (Danimarca) ha rivelato che l’aglio ha la capacità di combattere i batteri resistenti come terapia per combattere le infezioni croniche come la fibrosi cistica, o lesioni subite dai pazienti diabetici.

La ricerca è stata svolta da un team guidato da Michael Givskov, uno scienziato che ha analizzato gli effetti dell’aglio sui batteri dal 2005. Questi ricercatori hanno identificato il responsabile di questa azione antibatterica nel 2012.

È un composto solforoso attivo chiamato ajoene che è in grado di distruggere componenti importanti nei sistemi di comunicazione dei batteri che coinvolgono le molecole regolatrici dell’RNA. Inoltre, attacca anche lo strato protettivo che copre il microrganismo, chiamato biofilm.

Il nuovo studio ha quindi rivelato attraverso un esame più approfondito e documentato, la capacità che hanno le piccole molecole di inibire l’ajoene RNA normativo in due tipi di batteri, Staphylococcus aureus e Pseudomonas aeruginosa.

Ottimista Tim Holm Jakobsen del Costerton Biofilm Center presso il Dipartimento di Immunologia e Microbiologia il quale ha dichiarato: «Crediamo davvero che questo metodo possa portare al trattamento dei pazienti, che altrimenti hanno scarse prospettive. Perché le infezioni croniche come la fibrosi cistica possono essere molto resistenti, ora abbiamo abbastanza conoscenze per sviluppare ulteriormente il farmaco a base di aglio e testarlo sui pazienti».

Nel caso in cui gli studi clinici dei prossimi mesi avranno buoni risultati, è possibile iniziare a commercializzare il farmaco.

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