Alzheimer, due nuovi studi per arrivare ad una cura definitiva
Declino cognitivo, pressione bassa e diabete sono predittori efficaci

Negli ultimi tempi abbiamo avuto modo di parlare più volte di Alzheimer, dato che è una delle forme di demenza senile più diffuse, in Italia e nel mondo.

Solo nello stivale più di un milione di persone soffrono di demenza. In tutto il mondo, più di 44 milioni di persone soffrono di demenza, circostanza che rende la malattia una crisi sanitaria globale che deve essere affrontata.

Il morbo di Alzheimer provoca problemi di memoria, di pensiero e di comportamento. Nella fase iniziale, i sintomi di demenza possono essere minimi, tuttavia, quando la malattia provoca maggiori danni al cervello, i sintomi peggiorano.

Il sintomo precoce più frequente è la difficoltà nel ricordare eventi recenti. Con l’avanzare dell’età possiamo avere sintomi come: afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento. Ciò porta il soggetto inevitabilmente a isolarsi nei confronti della società e della famiglia. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. Anche se la velocità di progressione può variare, l’aspettativa media di vita dopo la diagnosi è dai tre ai nove anni.

Oggi l’unico modo di fare una diagnosi certa di demenza di Alzheimer è attraverso l’identificazione delle placche amiloidi nel tessuto cerebrale, possibile solo con l’autopsia dopo la morte del paziente. Questo significa che durante il decorso della malattia si può fare solo una diagnosi di Alzheimer “possibile” o “probabile”.

Alzheimer, due nuovi studi per arrivare ad una cura definitiva

Attualmente i trattamenti terapeutici utilizzati offrono piccoli benefici sintomatici e possono parzialmente rallentare il decorso della patologia; anche se sono stati condotti oltre 500 studi clinici per l’identificazione di un possibile trattamento per l’Alzheimer, non sono ancora stati identificati trattamenti che ne arrestino o invertano il decorso.

Una nuova speranza per la comprensione della malattia e quindi per la sua cura arriva dai risultati di un recentissimo studio: un team di ricerca dell’Università di Sheffield guidato da studiosi italiani ha infatti scoperto il meccanismo che produce i deficit della memoria alla base del morbo di Alzheimer. La carenza di dopamina sarebbe il principale volano nello sviluppo di questa forma di demenza.

Resa nota sul Journal of Alzheimer’s Disease, la scoperta potrebbe rivoluzionare sia la diagnosi precoce, sia le terapie per questa forma di demenza, spostando l’attenzione su farmaci che stimolano il rilascio di dopamina.

Autrice dello studio è Annalena Venneri, dello Sheffield Institute for Translational Neuroscience (SITraN) in Gran Bretagna, che spiega: “la nostra scoperta indica che se l’area tegmentale-ventrale (VTA) non produce la corretta quantità di dopamina per l’ippocampo, questo non funziona più in modo efficiente” e la formazione dei ricordi risulta compromessa.

I ricercatori suggeriscono quindi che farmaci già disponibili progettati per favorire il rilascio di dopamina potrebbero essere efficaci come trattamento, ma naturalmente saranno necessari altri studi di conferma.

Ma non è l’unico risultato eccezionale reso noto in queste ore su questa malattia subdola: i ricercatori della Scuola di medicina dell’Università di Washington hanno scoperto un anticorpo (l’Hae-4) che fa sparire le placche amiloidi che causano l’Alzheimer. Molto prima che le persone inizino a mostrare i sintomi caratteristici della malattia, infatti, queste placche iniziano a formarsi nel cervello, danneggiando le cellule vicine. I risultati del loro lavoro, effettuato per ora sui topi, sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Investigation.

Gli studiosi spiegano che molte persone accumulano il maggior costituente delle placche, chiamato beta-amiloide, per molti anni e il cervello non riesce più a liberarsene. Rimuovendo le placche, con una diagnosi precoce, potrebbe essere possibile fermare tutti quei cambiamenti nel cervello che portano al calo della memoria, alla confusione e al declino cognitivo.

Angela Sorrentino

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

Potrebbero interessarti

Perché confondiamo i giorni della settimana

Alzi la mano chi almeno una volta non si è confuso con…

Diabete di tipo due diagnosticato a una bimba di soli tre anni

Se, secondo gli esperti, entro il 2050 metà della popolazione mondiale sarà…

Sempre più Over 65 gradiscono la compagnia di un simpatico animale domestico

“L’attività fisica legata al possesso di un animale, contribuisce alla prevenzione e…

Genitori vegetariani indagati, il figlio neonato è denutrito

La notizia è di qualche settimana fa e ha suscitato molto scalpore…