Alzheimer l’importanza del colesterolo del cervello
Cervello realizzato in laboratorio il primo organoide completo in miniatura

La malattia denominata Alzheimer è la causa più comune di demenza, che è un termine collettivo per i sintomi che includono problemi con il linguaggio ed il pensiero, e comunemente la perdita di memoria. Il segno distintivo della malattia è l’accumulo nel cervello di ammassi di proteine ​​dannosi, noti come “placche” e “grovigli”. Questi accumuli uccidono gradualmente le giunzioni tra le cellule nervose nel cervello, note come sinapsi, e alla fine strangolano i neuroni stessi portando alla morte del tessuto cerebrale.

I cambiamenti microvascolari nella retina rilevati, utilizzando l’angiografia della tomografia a coerenza ottica non invasiva (OCT), si allineano bene con l’imaging e l’evidenza dei biomarcatori del morbo di Alzheimer preclinico, come sembra confermare un nuovo studio scientifico riguardante proprio il morbo dell’Alzheimer che attualmente è la più comune causa di demenza, rappresentando circa il 50/60% dei casi.

Il processo degenerativo che colpisce progressivamente le cellule e le connessioni cerebrali provoca quell’insieme di sintomi che va sotto il nome di demenza: il declino progressivo e globale delle funzioni cognitive e il deterioramento della personalità e della vita di relazione.

L’Alzheimer è definita anche la «malattia delle quattro A»: perdita significativa di memoria (amnesia), incapacità di formulare e comprendere i messaggi verbali (afasia), incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere persone, cose e luoghi (agnosia) e incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari anche attraverso l’impiego di oggetti, per esempio vestirsi (aprassia).

Purtroppo la malattia o demenza di Alzheimer, che prende nome dal neurologo tedesco Alois Alzheimer che ne descrisse i sintomi nel 1907 per la prima volta, è sempre più diffusa e colpisce circa il 5% della popolazione sopra i 60 anni.

Anche se il principale fattore di rischio è l’età, l’Alzheimer non è l’inevitabile conseguenza dell’invecchiamento, ma una malattia vera e propria con caratteristiche cliniche specifiche che richiedono specifici interventi diagnostici, terapeutici e riabilitativi.

Il decorso della malattia è lento e in media i pazienti possono vivere fino a 8-10 anni dopo la diagnosi della malattia. La demenza di Alzheimer si manifesta con lievi problemi di memoria, fino a concludersi con grossi danni ai tessuti cerebrali, ma la rapidità con cui i sintomi si acutizzano varia da persona a persona.

Nel corso della malattia i deficit cognitivi si acuiscono e possono portare il paziente a gravi perdite di memoria, a porre più volte le stesse domande, a perdersi in luoghi familiari, all’incapacità di seguire delle indicazioni precise, ad avere disorientamenti sul tempo, sulle persone e sui luoghi.

In seguito a numerose ricerche, è stato dimostrato che alcuni fattori importanti possono influenzare la probabilità di sviluppare demenza. Ad esempio, importanti fattori di rischio per il Morbo di Alzheimer sono l’età ed il corredo genetico (che non possono essere cambiati), ma anche la storia medica, lo stile di vita ed i fattori ambientali.

Nello specifico una recente ricerca ha posto l’accento sul ruolo che può avere il colesterolo: a quanto pare, infatti, il colesterolo ha un ruolo importante nell’esordio e nella progressione dell’Alzheimer, poiché favorisce la formazione di aggregati tossici di molecole di beta-amiloide nel cervello.

Lo indica uno studio di Michele Vendruscolo, dell’Università di Cambridge, sulla rivista Nature Chemistry.

Nello specifico, grazie a questa nuova ricerca si è potuto stabilire come il colesterolo – una volta arrivato nel cervello – funge come una sorta di catalizzatore in grado di innescare la formazione di cluster tossici della proteina beta-amiloide. Proteina che pare essere direttamente correlata con l’insorgenza dell’Alzheimer.

Purtroppo quello che non sono riusciti a comprendere i ricercatori è da dove proviene il colesterolo cerebrale. La scienza, infatti, dice che quello assunto attraverso gli alimenti non è in grado di superare la barriera emato-encefalica. Mentre, al contrario, alcuni scienziati ipotizzano che il cibo che introduciamo potrebbe influenzare tale condizione.

“Nelle prossime ricerche cercheremo di capire come intervenire sul metabolismo del colesterolo per mantenerlo a livelli normali. Speriamo così – spiegano i ricercatori – di individuare nuovi target terapeutici per prevenire e rallentare la progressione dell’Alzheimer”.

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

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