Quando si osserva il buddismo dall’esterno, spesso si cerca un parallelo con le religioni monoteiste: dov’è il libro sacro unico? Chi è il Dio che detta le regole? La risposta a queste domande spiazza spesso l’osservatore occidentale perché la struttura di riferimento nel buddismo non è verticale (dall’alto verso il basso), ma circolare e introspettiva.
Per capire cosa usano i buddisti come punto di riferimento, dobbiamo addentrarci nel concetto fondamentale di “Rifugio”. Non si tratta di nascondersi dal mondo, ma di trovare un terreno solido su cui poggiare i piedi in mezzo alle tempeste della vita. Questo terreno solido è costituito dai Tre Gioielli (Triratna): il Buddha, il Dharma e il Sangha. Questi tre elementi, intrecciati indissolubilmente, formano la bussola morale e spirituale di ogni praticante, dal monaco tibetano al laico occidentale.

Il Primo Gioiello: Il Buddha come archetipo, non come Dio
Il primo punto cardinale è la figura del Buddha. È essenziale chiarire un equivoco comune: i buddisti non “usano” il Buddha come un dio onnipotente che esaudisce preghiere. Siddhartha Gautama, il fondatore storico, è visto piuttosto come la prova vivente che la liberazione dalla sofferenza è possibile.
- Scoperto specchio antico che riflette l’immagine di Buddha
- Enorme statua di Buddha viene fuori dai grattacieli cinesi
- Buddha, la sua postura assume significati diversi
Quando un praticante prende rifugio nel Buddha, sta utilizzando la sua figura come modello di potenziale umano. Il riferimento qui è duplice:
- Il Buddha storico: L’insegnante che ha mostrato la via 2.500 anni fa.
- La natura di Buddha: Il potenziale di risveglio presente in ogni essere senziente.
Nelle tradizioni Mahayana e Vajrayana, questo concetto si espande. Non si guarda solo a Shakyamuni (il Buddha storico), ma a una miriade di figure di Bodhisattva che rappresentano qualità specifiche come la compassione (Avalokiteshvara) o la saggezza (Manjushri). Tuttavia, il principio resta lo stesso: sono specchi che riflettono ciò che la mente umana può diventare.
Il Secondo Gioiello: Il Dharma e la mappa della realtà
Se il Buddha è la guida, il Dharma è la mappa. Questo è forse l’elemento più tangibile che i buddisti usano come punto di riferimento dottrinale. Il termine sanscrito Dharma è complesso, ma in questo contesto indica la “Verità” o la “Legge naturale” così come è stata esposta dal Maestro.
Non esiste un’unica “Bibbia” buddista. Il riferimento testuale varia enormemente a seconda della scuola:
- Nel Buddismo Theravada, il riferimento assoluto è il Canone Pali (Tipitaka), una vasta raccolta di discorsi, regole monastiche e analisi filosofiche che si ritiene siano le parole più vicine al Buddha storico.
- Nel Buddismo Mahayana (zen, tibetano, Terra Pura), si fa riferimento anche ai Sutra successivi, come il Sutra del Cuore o il Sutra del Loto.
Al di là dei testi scritti, il nucleo operativo del Dharma che ogni buddista usa quotidianamente si basa su due schemi logici fondamentali:
- Le Quattro Nobili Verità: La diagnosi della condizione umana (la sofferenza esiste, ha una causa, ha una fine, c’è un sentiero per raggiungerla).
- Il Nobile Ottuplice Sentiero: La prescrizione medica. È un codice di condotta pratico diviso in saggezza, etica e concentrazione.

Come riportato dal Pew Research Center in recenti studi sulla demografia religiosa globale, la pratica del Dharma non è dogmatica ma empirica. Il Buddha stesso, nel famoso Kalama Sutra, esortava a non credere ciecamente alle scritture, ma a verificare l’insegnamento attraverso l’esperienza diretta. Questo rende il Dharma un punto di riferimento flessibile, che richiede validazione personale.
Il Terzo Gioiello: Il Sangha come sistema di supporto
Nessun uomo è un’isola, e questo vale anche per chi medita in solitudine. Il terzo pilastro è il Sangha, ovvero la comunità. Tradizionalmente, questo termine si riferiva esclusivamente alla comunità monastica (monaci e monache ordinati). Oggi, specialmente in Occidente, il concetto si è allargato per includere l’intera comunità dei praticanti.
L’importanza del Sangha nel buddismo risiede nella sua funzione di correttivo. La mente umana è abile nell’ingannare se stessa; il gruppo serve a mantenere il singolo sulla retta via. I praticanti usano la comunità per:
- Confrontare le proprie esperienze meditative.
- Ricevere supporto nei momenti di crisi.
- Mantenere viva la tradizione attraverso rituali condivisi.
Secondo il maestro Thich Nhat Hanh, figura chiave del buddismo impegnato, “il prossimo Buddha potrebbe non assumere la forma di un individuo. Il prossimo Buddha potrebbe assumere la forma di una comunità”. Questa citazione sottolinea come il Sangha stia diventando il punto di riferimento centrale per il buddismo moderno.
Il codice etico: I Cinque Precetti
Scendendo dal piano filosofico a quello pratico della vita di tutti i giorni, cosa guida le decisioni etiche di un buddista? Se un cristiano ha i Dieci Comandamenti, un buddista ha i Cinque Precetti.
Questi non sono divieti imposti da un giudice divino, ma “regole di addestramento” che il praticante si impegna volontariamente a seguire per non causare sofferenza a se stesso e agli altri. Costituiscono la base della moralità (Sila) e sono:
- Astenersi dall’uccidere o nuocere agli esseri viventi.
- Astenersi dal prendere ciò che non è stato dato (non rubare).
- Astenersi da una condotta sessuale scorretta.
- Astenersi dal mentire o dal parlare in modo dannoso.
- Astenersi dall’uso di intossicanti (alcol e droghe) che offuscano la mente.
Questi precetti agiscono come un filtro istantaneo per le decisioni quotidiane. Di fronte a un dilemma morale, il praticante usa questi cinque punti per valutare se un’azione porterà a risultati positivi (karma positivo) o negativi.
Karma e Intenzione: Il riferimento interiore
C’è un ultimo, invisibile punto di riferimento che è forse il più potente di tutti: la Legge del Karma. Spesso frainteso come “destino” o “punizione”, il Karma è in realtà la legge di causa ed effetto.
Per un buddista, ogni azione (fisica, verbale o mentale) lascia una traccia. Sapere che le proprie azioni hanno conseguenze inevitabili funge da potente deterrente contro comportamenti dannosi e da incentivo per la benevolenza. Il vero ago della bilancia non è l’azione esterna, ma l’intenzione (cetana).
Prima di agire, un buddista è addestrato a guardare dentro di sé e chiedersi: “Qual è l’intenzione dietro questa azione? È guidata dall’avidità, dall’odio o dall’ignoranza? Oppure è guidata dalla generosità, dall’amore e dalla saggezza?”. Questo monitoraggio costante dell’intenzione è ciò che trasforma la filosofia in pratica vissuta.
Domande Frequenti (FAQ)
Esiste un “Dio” a cui i buddisti fanno riferimento? No, il buddismo è una religione non-teista. I buddisti non credono in un Dio creatore onnipotente che giudica le azioni umane. Il punto di riferimento supremo non è una divinità esterna, ma la legge del Dharma (verità universale) e il potenziale di risveglio presente all’interno di ogni individuo.
Qual è il libro sacro principale del buddismo? Non esiste un unico libro per tutte le scuole. Il buddismo Theravada usa il Canone Pali (Tipitaka). Il buddismo Mahayana e Vajrayana utilizzano, oltre alle basi del Canone, una vasta gamma di Sutra (come il Sutra del Loto o il Sutra del Cuore) considerati parola del Buddha.
Come usano i buddisti la meditazione come riferimento? La meditazione non è solo relax, ma uno strumento di indagine. Viene usata per osservare direttamente la natura della mente e della realtà (impermanenza e non-sé). L’esperienza diretta ottenuta in meditazione serve a validare gli insegnamenti teorici, trasformando la conoscenza intellettuale in saggezza vissuta.
Cosa succede se un buddista infrange i Cinque Precetti? Non c’è punizione divina o scomunica. Infrangere un precetto significa agire in modo non abile, generando karma negativo che porterà sofferenza futura all’individuo. La pratica prevede il riconoscimento dell’errore, il pentimento sincero e la rinnovata determinazione a seguire meglio il precetto in futuro.
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