Dolore cronico, il segreto è nel digiuno

Secondo la comunità medica, il dolore cronico è definito come il dolore che si protrae oltre i tempi normali di guarigione di una lesione o di un’infiammazione, abitualmente 3-6 mesi, e che perdura per anni.

Non più solamente un sintomo di una determinata patologia, quindi, ma una vera e propria patologia in sé per le conseguenze invalidanti che comporta per la persona che ne soffre, dal punto di vista fisico, psichico e socio-relazionale; esso infatti compromette qualsiasi attività quotidiana generando depressione, senso di sfiducia e malessere.

Il dolore cronico interessa tutte le fasce d’età con una maggiore prevalenza nelle donne ed è stato riconosciuto come una delle cause principali di consultazione medica.

Le cause comprendono malattie croniche (neoplasie, artrite, diabete), lesioni (ernia del disco, rottura di legamenti), e molti disturbi con dolore primario (p.es., dolore neuropatico, fibromialgia, cefalea cronica).

Per quanto riguarda la cura, in genere si preferisce una terapia multimodale, una combinazione cioè di analgesici, metodi fisici, trattamenti psicologici.

In primis vanno trattate le cause specifiche: un trattamento precoce e aggressivo del dolore acuto è sempre preferibile, e può limitare o prevenire la sensibilizzazione e il rimodellamento e quindi prevenire lo sviluppo del dolore cronico.

Si possono utilizzare inoltre farmaci o metodi fisici, oltre a trattamenti psicologici e comportamentali, che solitamente sono di aiuto.

Ma a quanto pare anche l’alimentazione influisce nel tenere sotto controllo il dolore: il digiuno infatti sembrerebbe alleviarlo in maniera significativa.

A rivelare il ‘potere analgesico’ del digiuno è uno studio italiano condotto su un modello animale e pubblicato sulla rivista Faseb che ha identificato il possibile coinvolgimento di un nuovo recettore nella percezione del dolore dovuto a neuropatie periferiche.

In realtà i ricercatori non parlano di un vero e digiuno, bensì di una restrizione calorica eseguita in maniera intermittente. Una soluzione che, secondo gli scienziati, potrebbe ridurre il dolore cronico, specie quello provocato dalle nevralgie.

Per arrivare alle loro conclusioni, gli scienziati hanno preso in esame un recettore denominato HCAR2 e, per la prima volta, sono riusciti a dimostrare come questo sia in grado di sviluppare un potere analgesico riducendo in maniera significativa le alterazioni della soglia associate al dolore neuropatico.

I ratti utilizzati per lo studio sono stati sottoposti a due giorni di restrizione calorica e si è evidenziata un’attivazione del recettore analgesico.

«Abbiamo avuto conferma che questo recettore HCAR2, è stimolato dal beta-idrossi-butirrato (BHB) un chetone che viene prodotto in maggiori quantità dal digiuno prolungato o da una dieta a bassissimo contenuto di zuccheri. In questo caso il dolore diventa minore, ma anche molto trattabile con farmaci», ha spiegato il ricercatore Livio Luongo.

I risultati fanno ora ben sperare in possibili terapie che renderebbero la vita migliore ai pazienti affetti da questa tipologia di dolore così debilitante.

Il coinvolgimento del recettore HCAR2, concludono i ricercatori, potrebbe aprire nuove possibilità di trattamento, “basate sull’associazione tra la farmacologia e regimi alimentari come il digiuno o la dieta chetogenica”.

Del resto, ad oggi, “i trattamenti prevedono farmaci antidepressivi, anticonvulsivanti e terapie di supporto psico-cognitivo”, ha spiegato il coordinatore del team di ricerca, Sabatino Maione, ordinario di Farmacologia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli.

Di conseguenza, ha concluso, “c’è un notevole interesse della ricerca nell’identificare nuovi meccanismi molecolari per meglio comprenderne la natura”.

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