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Gli gnomi sono diventati una questione d’onore nazionale in Canada

Angela Gemito Feb 17, 2026

Nelle vaste distese del Canada, tra le foreste di conifere della Columbia Britannica e i giardini curatissimi della Nuova Scozia, si consuma un fenomeno che va ben al di là del semplice decoro kitsch. Non si tratta solo di statuine di gesso colorato poste a guardia di un vialetto; parliamo di una vera e propria stratificazione culturale. Gli gnomi, in Canada, sono ovunque. Abitano le leggende metropolitane, popolano i sentieri escursionistici e, in alcuni casi, diventano protagonisti di casi di cronaca che oscillano tra il surreale e il sociologico.

Ma perché proprio il Canada? Per capire questa “fissa”, come viene spesso definita dai visitatori stranieri, occorre scavare sotto la superficie della vernice scrostata di un nano da giardino e guardare alle radici dell’identità di una nazione costruita sulla convivenza tra una natura selvaggia e il desiderio di addomesticarla.

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Le radici di un’ossessione silenziosa

L’origine del legame tra il Canada e queste creature mitologiche affonda le radici nelle ondate migratorie europee, in particolare quelle di matrice tedesca e scandinava. Se in Europa lo gnomo — o tomte, o heinzelmännchen — era il custode del focolare e della fattoria, nel Nuovo Mondo questa figura ha subito una mutazione genetica. In un territorio dove la natura è immensa, spesso brutale e indifferente all’uomo, lo gnomo rappresenta un tentativo simbolico di stabilire un presidio umano.

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Mettere uno gnomo in giardino non è un gesto di cattivo gusto, o almeno non solo quello. È una dichiarazione di appartenenza. È dire: “In questo spazio selvaggio, io ho creato un rifugio”. Tuttavia, col tempo, questa tradizione ha abbandonato i confini dei giardini privati per invadere lo spazio pubblico, diventando una sorta di gioco collettivo, un codice segreto tra cittadini che condividono lo stesso senso dell’umore e lo stesso rispetto per l’invisibile.

Il caso dei “Gnomesteaders” e i sentieri popolati

Uno degli esempi più affascinanti di questa diffusione si trova sull’Isola di Vancouver. Qui, lungo i sentieri che si snodano nel sottobosco umido, i camminatori si imbattono spesso in intere comunità di gnomi. Non sono stati messi lì dalle autorità locali, né da un singolo eccentrico. Si tratta di un fenomeno di “guerrilla gardening” applicato al folklore: le persone portano i propri gnomi, creano piccole case con rami e muschio, e danno vita a veri e propri villaggi in miniatura.

Questo comportamento rivela una psicologia profonda. In un’epoca dominata dal digitale e dalla razionalità estrema, il canadese medio sembra voler preservare un angolo di magia. C’è un rispetto quasi sacro per queste installazioni spontanee. Raramente vengono vandalizzate; al contrario, vengono curate. Se uno gnomo perde il cappello, qualcuno glielo ridipinge. Se cade, viene rialzato. È un esercizio di comunità senza regole scritte, un modo per connettersi con gli sconosciuti attraverso l’assurdo.

L’impatto sulla cultura locale e il “Gnome-napping”

La rilevanza degli gnomi in Canada ha generato anche dinamiche sociali peculiari, come il celebre (e talvolta problematico) “gnome-napping”. Quella che era nata come una goliardata — rapire uno gnomo da giardino e inviare al proprietario foto della statuina davanti a monumenti famosi in giro per il mondo — in Canada ha assunto i tratti di una narrazione nazionale.

Questi episodi, pur sembrando banali, sollevano interrogativi interessanti sul concetto di proprietà e di spazio condiviso. Perché ci sentiamo così toccati dalla sparizione di un oggetto di plastica da pochi dollari? La risposta risiede nel valore proiettivo. Lo gnomo non è un oggetto; è un’estensione della personalità del proprietario, un piccolo avatar che vive la vita che noi, bloccati dalla routine, non possiamo permetterci. Quando uno gnomo “viaggia”, porta con sé il desiderio di evasione di un’intera comunità.

Riflessi di una nazione nel gesso

Osservando la varietà di gnomi presenti sul suolo canadese, si nota anche un adattamento estetico. Non ci sono solo i classici cappelli rossi. Esistono gnomi con la maglia da hockey dei Montreal Canadiens, gnomi vestiti da boscaioli con camicie a scacchi, e gnomi che imbracciano pagaie da canoa. Questa appropriazione culturale del mito europeo serve a nazionalizzare il folklore.

In questo scenario, lo gnomo diventa uno specchio. Riflette la gentilezza canadese, la capacità di non prendersi troppo sul serio e, soprattutto, il legame indissolubile con l’ambiente naturale. In un paese dove un orso può letteralmente attraversarti la strada in periferia, avere un piccolo alleato di pietra sulla veranda offre un senso di protezione psicologica, una sorta di amuleto contro l’imprevedibilità del selvaggio.

Uno sguardo al futuro: dal folklore al marketing (e ritorno)

Mentre il mondo si urbanizza e le città canadesi crescono verticalmente con torri di vetro e acciaio, ci si potrebbe aspettare che questa passione svanisca. Invece, assistiamo a una rinascita. Gli gnomi stanno traslocando sui balconi dei condomini di Toronto e Vancouver. Diventano protagonisti di campagne di sensibilizzazione ambientale o icone di festival locali.

La tecnologia stessa sta assorbendo il fenomeno: esistono app per tracciare gli “avvistamenti” di gnomi nei parchi nazionali, trasformando l’escursionismo in una caccia al tesoro mitologica. Lo scenario futuro non vede la scomparsa dei piccoli guardiani, ma la loro evoluzione in simboli di resistenza culturale contro l’omologazione urbana.

C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel sapere che, nonostante i cambiamenti climatici, le crisi economiche e le trasformazioni sociali, ci sarà sempre qualcuno disposto a ridipingere il naso di uno gnomo sbiadito dal sole del Nord. Questa persistenza non è solo una curiosità cromatica; è il segnale di una nazione che sceglie di mantenere vivo il senso della meraviglia, anche quando questa si presenta sotto forma di una statuina di quaranta centimetri.

La domanda che rimane, tuttavia, non è perché i canadesi amino così tanto gli gnomi, ma cosa questi piccoli esseri stiano cercando di dirci sul nostro bisogno universale di sentirci a casa in un mondo che sembra farsi ogni giorno più vasto e alieno. Le risposte si nascondono spesso dove meno ce lo aspettiamo: tra le radici di una vecchia quercia o dietro l’angolo di un giardino di periferia.

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Angela Gemito

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