Il cavallo di Troia era un errore di traduzione
cavallo di troia errore di traduzione

Ci viene a mancare un tassello importante della storia e della mitologia come quello del famoso cavallo di Troia.

Un equivoco millenario praticamente, la scoperta è dell’archeologo Francesco Tiboni che, secondo quanto afferma, rivela ci sarebbe stato un errore di traduzione del testo del poeta Omero perché in realtà quello che da sempre è stato il cavallo di Troia è in realtà un’antica nave.

L’errore sarebbe nella traduzione di “Hippos” ovviamente dal greco “cavallo”, ma quel “cavallo” non è in realtà un’invenzione realizzata a forma di cavallo e spacciata come “dono” degli Dei, piuttosto una imbarcazione fenicia che prendeva il nome proprio di “Hippos”.

cavallo di troia errore di traduzioneSecondo quanto afferma l’archeologo Tiboni, peraltro sostenuto già nel II secolo d.C. da Pausania, scrittore vissuto tra il 110 e il 180, Omero era perfettamente a conoscenza degli argomenti marinareschi e dunque perfettamente in grado di narrare ciò che in realtà conosce molto bene.

Per il poeta Omero infatti, sottolinea proprio l’archeologo, descrivere “Hippos” in pratica era come sotto-intendere di parlare della nave fenicia, cosa che invece non capirono, chi, successivamente chi accostò tale parola ad un sinonimo legato appunto ad un oggetto a forma di cavallo.

Se a questo ci aggiungiamo che le navi “Hippos” erano spesso ricche di tesori e doni per gli Dei, si potrebbe dire che il cerchio è chiuso, visto che i Troiani erano molto legati ai voti religiosi, tanto più che sarebbe stato possibile nascondere nella stiva i soldati greci che sarebbero sbucati durante la notte.

L’archevolo navale Tiboni spiega precisamente a La Stampa, la sua scoperta:

Omero conosceva perfettamente l’argomento marinaresco tanto da lasciarci una grande quantità di informazioni sulla tecnologia costruttiva delle navi antiche. Nell’Iliade ed ancor più nell’Odissea, il poeta elenca con tutti i particolari le imbarcazioni dei greci e, quando descrive ad esempio l’episodio della costruzione di una zattera da parte di Ulisse, spiega con grande precisione i legni, gli utensili e le tecniche di assemblaggio utilizzati. Tuttavia, proprio questa sua serenità nell’uso del linguaggio tecnico ha fatto sì che i poeti post-omerici che tramandarono le sue opere, ne travisassero alcuni passaggi. Per Omero, parlare di un “Hippos” equivaleva a indicare la nave fenicia di questa tipologia. Per i suoi epigoni, digiuni di cose di mare, divenne un cavallo vero e proprio”.

Così si spiega una vicenda ancor più chiara, lo conferma la direttrice del Museo Archeologo di Ventotene, Giovanni Patti, sempre a La Stampa:

Saper dare la giusta evidenza a certe scoperte è davvero importante. Certo, spesso, specie in Italia, non si rinuncia facilmente alla tradizione, e forse anche per questo motivo la teoria di Tiboni, le cui ragioni sono state prese subito molto sul serio dalla comunità archeologica internazionale, ancora suscita qualche diffidenza tra gli studiosi del nostro paese. Da noi l’eredità dell’idealismo crociano ha sempre lasciato in ombra il sapere scientifico rispetto a quello umanistico, ma, in moltissimi casi, è proprio la spiegazione tecnica a far piena luce su questioni storiche e letterarie dibattute. In questo caso, come già è stato per le scoperte che hanno arricchito il nostro museo, frutto di conoscenze e tecniche moderne ed interdisciplinari, occorre avere una visione espansa, che comprenda simultaneamente una quantità di indizi diversi”.

foto@Flickr

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