Inquinamento, nei siti italiani più inquinati si muore molto di più
Inquinamento nei siti italiani più inquinati si muore molto di piu

Inquinamento e malattie: un binomio che numerosissimi studi hanno affrontato e scandagliato negli ultimi anni, riuscendo a trovare un legame che diventa sempre più stretto.

È ormai noto, infatti, che il peggioramento della qualità dell’aria che respiriamo comporta un aumento generale dei problemi di salute (soprattutto nei soggetti più deboli, come i bambini e gli anziani) e una maggiore incidenza di malattie cardiocircolatorie, patologie respiratorie e tumori.

Le polveri sottili ed ultrasottili rappresentano l’inquinante più dannoso per la salute: sono costituite da svariate sostanze tossiche(solfati, nitrati, metalli) e, grazie alle piccole dimensioni, vengono trasportate anche a lunga distanza, penetrano negli ambienti chiusi, vengono facilmente inalate e possono raggiungere le diverse parti dell’apparato respiratorio.

E purtroppo nuovi dati arrivano a confermare questa terribile correlazione: nelle aree intorno ai Siti contaminati di interesse nazionale (Sin) si continua a nascere malformati, ammalarsi e morire.

I dati dell’ultimo aggiornamento allo studio Sentieri coordinato dall’Istituto superiore di sanità parlano di un eccesso di mortalità tra il 4 e il 5% nelle aree ad alto inquinamento intorno a 45 Sin: tradotto in numeri, significa che tra il 2006 e il 2013 nei circa 300 comuni coinvolti ci sono stati quasi 12mila decessi in più, di cui quasi 5.200 per tumori e oltre 3.600 per malattie dell’apparato cardiocircolatorio.

Vivere in siti contaminati comporta un aumento di tumori maligni del 9% tra 0 e 24 anni. In particolare “l’eccesso di incidenza” rispetto a coetanei che vivono in zone considerate ‘non a rischio’ è del 62% per i sarcomi dei tessuti molli, 66% per le leucemie mieloidi acute; 50% per i linfomi Non-Hodgkin.

Ad illustrate questi ed alti dati è stato Ivano Iavarone, primo ricercatore Iss e direttore del centro collaborativo OMS Ambiente e salute nei siti contaminati, il cui spiega come la stessa situazione non risparmia i piccolissimi.

“Per quanto riguarda il primo anno di vita – sottolinea l’esperto – vi è un eccesso di ricoverati del 3% per patologie di origine perinatale rispetto al resto dei coetanei. E un eccesso compreso tra l’8 e il 16% per le malattie respiratorie acute ed asma tra i bambini e i giovani”.

“Nonostante la maggiore vulnerabilità dei bambini agli inquinanti ambientali – prosegue Iavarone – e l’aumento dell’incidenza dei tumori pediatrici nei paesi industrializzati, l’eziologia della maggior parte delle neoplasie nei bambini è per lo più ancora sconosciuta”. E’ necessario, conclude, “proseguire la sorveglianza epidemiologica nelle aree contaminate, basata su metodi e fonti informative accreditati, per monitorare cambiamenti nel profilo sanitario in relazione a sorgenti di esposizione/classi di inquinanti specifici e per verificare l’efficacia di azioni di risanamento”.

Purtroppo questi siti non risparmiano nessuna regione d’Italia e si trovano dal nord fino all’estremo sud. La rete dei 45 Sin comprende i siti maggiormente inquinati d’Italia: ci sono dentro Brescia, inquinata dai pericolosi PCB scaricati dall’industria chimica, il polo siderurgico di Taranto, l’area del petrolchimico di Gela, in Sicilia, le aree portuali e industriali di Piombino e Livorno, ed in quasi nessuna di queste aree è iniziata la bonifica.

Allo stesso tempo, comunque, come accade per moltissimi aspetti,  al Sud si sta peggio che al Nord.

Se si vanno infatti ad analizzare più nel dettaglio i dati che saranno resi noti dopo l’estate, saltano all’occhio differenze importanti: “Nei grandi siti industriali del Nord Italia si osserva il miglioramento di alcuni indicatori di salute. Succede a Mantova, grazie a nuove tecnologie industriali, e a Brescia, dove il blocco della catena alimentare ha fatto scendere dai primi anni 2000 la concentrazione di Pcb nel sangue della popolazione”.

Al meridione, invece, mancano anche questi segnali di speranza: “Nel polo siderurgico di Taranto o in quello petrolchimico di Gela la contaminazione ambientale è imponente. Gli indicatori della salute sono più diffusamente compromessi e non si vede nessuna inversione di tendenza”.

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