Charlie Hopkins, 93 anni, è l’ultimo ex detenuto ancora in vita ad aver scontato la pena nella famigerata prigione di Alcatraz. La sua testimonianza, raccolta dalla BBC, getta nuova luce su uno dei luoghi più oscuri e mitizzati della storia penitenziaria americana.

Vive oggi in Florida, ma i suoi ricordi sono ancora legati a quell’isola circondata da acque gelide e avvolta dal silenzio. Hopkins fu trasferito ad Alcatraz nel 1955 dopo essere stato considerato ingestibile in altre carceri. Stava scontando 17 anni per rapina a mano armata. “Di notte sentivo solo le sirene delle navi. Un suono che scavava dentro. Mi ricordava Hank Williams: I’m so lonely I could cry”, ha raccontato nella recente intervista alla BBC.
Secondo i National Archives di San Francisco, è probabilmente l’ultimo detenuto ancora in vita ad aver vissuto nell’ex penitenziario federale, operativo fino al 1963. Alcatraz, oggi museo visitato da oltre un milione di persone l’anno (dati del National Park Service), è diventato un simbolo della durezza del sistema carcerario americano del XX secolo. Ma dietro il mito, emergono dettagli di squallore e solitudine.
“Non c’erano radio, libri, nulla da fare. Solo flessioni e pavimenti da lucidare”, ricorda Hopkins.
Durante i suoi tre anni ad Alcatraz, condivise la prigione con figure leggendarie del crimine come Al Capone, Robert “Birdman” Stroud e James “Whitey” Bulger. Ma non fu certo un detenuto modello: finì spesso nelle celle d’isolamento del “blocco D”, anche per aver partecipato a un tentativo di fuga insieme al noto rapinatore Forrest Tucker. Il piano fallì, ma il desiderio di evasione restò vivo in molti. Storicamente, ci furono 14 tentativi di fuga ufficiali da Alcatraz, come riportato dall’FBI, che coinvolsero 36 prigionieri. Il più famoso resta quello del 1962, orchestrato da Frank Morris e dai fratelli Anglin – mai ritrovati, e probabilmente morti annegati.
Hopkins racconta anche un episodio inquietante: durante un trasferimento in ospedale, si ferì volontariamente alla caviglia per liberarsi dalle manette, tentò la fuga aggredendo il personale, ma fu presto catturato in un campo di mais.
Trump propone la riapertura di Alcatraz, ma gli esperti frenano
Nel suo secondo mandato, l’ex presidente Donald Trump ha espresso l’intenzione di riaprire Alcatraz come carcere di massima sicurezza per “criminali spietati”. Una mossa simbolica – secondo lui – per riaffermare la legge e l’ordine. Tuttavia, secondo esperti citati dal New York Times e dal Washington Post, il progetto sarebbe economicamente insostenibile: i costi di ristrutturazione si aggirerebbero attorno a miliardi di dollari, e le condizioni dell’edificio, oggi fatiscente, renderebbero quasi impossibile adeguarsi agli standard moderni.
Hopkins stesso, pur sostenendo Trump, si dice scettico: “Servirebbero lavori enormi, soprattutto per il sistema fognario. Una volta finiva tutto in mare. Oggi sarebbe impensabile”.
Dopo essere stato trasferito a Springfield (Missouri) per ricevere cure psichiatriche – passaggio che definisce determinante per la sua riabilitazione – Hopkins fu rilasciato nel 1963, lo stesso anno della chiusura di Alcatraz. Tornò a vivere in Florida, dove oggi è circondato dall’affetto della figlia e della nipote.
Un passato raccontato in mille pagine
Nel corso degli anni, Charlie Hopkins ha scritto un libro di memorie lungo oltre mille pagine, in cui racconta i suoi crimini, gli anni nel sistema carcerario e il travagliato cammino verso il riscatto. “Guardando indietro, capisco quanto fossi perso. Ho causato problemi a tutti. Oggi, so di aver avuto bisogno d’aiuto”.
Fonti autorevoli:
- BBC News – Intervista esclusiva a Charlie Hopkins
- The New York Times – Trump and the Symbolism of Alcatraz
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