Oceani, solo pochi specchi d’acqua nel mondo sono ancora incontaminati
Oceani solo pochi ancora incontaminati

Già in occasione dell’ultima giornata mondiale degli oceani, celebrata lo scorso 8 giugno, era stato lanciato l’allarme: molto presto negli oceani potrebbe esserci molta più plastica che pesci.

Oggi si produce 20 volte più plastica che negli anni Sessanta (di cui un terzo per gli imballaggi) e se non si metterà freno alla situazione entro il 2050 la massa di plastica negli oceani supererà supererà in peso quella tutti i pesci dei mari, mentre il 99% degli uccelli marini avrà ingoiato quantità più o meno elevate di plastiche.

I numeri sono impietosi: gli oceani sono contaminati da oltre 150 milioni di tonnellate di materiali inquinanti, e ogni anno se ne aggiungono altri 8 milioni.

Per fare un esempio, solo nel Pacifico, tra la California e le Hawaii, si è accumulata in un’area relativamente circoscritta una quantità spaventosa di plastica, la Great Pacific Garbage Patch.

E la situazione appare in tutta la sua gravità soprattutto se si considera che solo il 13% degli oceani e dei mari del mondo può ancora essere classificato come incontaminato: a dirlo è uno studio capitanato dall’università del Queensland e pubblicato sulla rivista Current Biology, che ha preso in esame le aree marine prive di impatti umani significativi come la pesca e il trasporto marittimo.

Più nello specifico, le uniche acque ancora incontaminate si trovano al Polo Nord, in Antartide e intorno ad alcune isole remote del Pacifico.

I ricercatori hanno preso in esame 15 fattori di stress generati dall’uomo, come la pesca, l’inquinamento e la perdita di nutrienti, nonché quattro fattori correlati ai cambiamenti climatici, come l’acidificazione degli oceani, e hanno determinato le aree con il minore impatto.

Non sorprende affatto che le più alte concentrazioni di aree marine incontaminate si trovino lontane dalle coste delle regioni abitate, nelle profonde distese oceaniche e nell’emisfero meridionale, scarsamente popolato. Le zone costiere includono solo il 10% delle aree incontaminate. E solo il 5% di queste si trova in aree protette a livello internazionale.

“Le aree marine che possono essere considerate incontaminate stanno diventando sempre più rare poiché le imbarcazioni per la pesca e i trasporti commerciali marittimi stanno espandendo il loro raggio d’azione in quasi tutte le acque del mondo, mentre il deflusso dei sedimenti soffoca molte aree costiere”, ha affermato Kendall Jones dell’università australiana, autore principale dello studio.

Le aree marine incontaminate si addensano quindi verso i poli ma, con lo scioglimento dei ghiacci, Jones e il suo team ritengono che anche queste aree possano diventare più vulnerabili allo stress antropico e climatico.

Gli scienziati hanno quindi affermato che è necessario un trattato di tutela di queste regioni ancora incontaminate, con i negoziati iniziati a settembre nell’ambito della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Inoltre, per gli esperti, devono essere tagliati i quattro miliardi di dollari l’anno in sussidi governativi spesi per la pesca d’alto mare. “La maggior parte della pesca in alto mare sarebbe in realtà non redditizia se non fosse per questi grandi sussidi”, ha detto Jones.

L’ideale, in definitiva, sarebbe uno sforzo congiunto con accordi internazionali in tema di tutela dell’ambiente per riconoscere il valore unico che assume l’assenza dell’uomo di queste zone e per fissare degli obiettivi condivisi su come proteggere questo mare ancora selvaggio e incontaminato.

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

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