Parkinson, degli aggregati proteici lo scatenerebbero

Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa, ad evoluzione lenta ma progressiva, che coinvolge, principalmente, alcune funzioni quali il controllo dei movimenti e dell’equilibrio. La malattia fa parte di un gruppo di patologie definite “Disordini del Movimento” e tra queste è la più frequente.

Le cause non sono ancora note. Sembra che vi siano molteplici elementi che concorrono al suo sviluppo. Questi fattori sono principalmente di tipo genetico ed ereditario, ma anche tossici, per esposizione lavorativa a tossine quali alcuni pesticidi (per esempio il Paraquat) o idrocarburi-solventi (per esempio la trielina).

Una caratteristica del morbo di Parkinson è l’elevato numero di sintomi, sia motori che non motori, responsabili di invalidità significativa e di pesanti ripercussioni sulla qualità di vita degli individui colpiti dalla malattia.

Tra i sintomi non motori del morbo di Parkinson, vi sono: disfunzione autonomica (alterazione dell’olfatto, denervazione cardiaca simpatica, disfunzioni urinarie), disturbi gastrointestinali (stipsi), disturbi neuropsichiatrici (depressione, lieve deficit cognitivo, disturbo comportamentale nel sonno o sleep behavior disorder) e disturbi sensoriali (dolore, sindrome delle gambe senza riposo).

I moderni trattamenti sono efficaci per gestire i sintomi motori precoci della malattia, grazie all’uso di agonisti della dopamina e del levodopa. Col progredire della malattia, i neuroni dopaminergici continuano a diminuire di numero, e questi farmaci diventano inefficaci nel trattamento della sintomatologia e, allo stesso tempo, producono una complicanza, la discinesia, caratterizzata da movimenti involontari.

Oggi sono circa 300mila gli italiani che soffrono di Parkinson e si stima che nei prossimi 15 anni questo numero sia destinato a raddoppiare al ritmo di circa 6mila nuovi casi all’anno, di cui la metà ancora in età lavorativa: numeri che fanno paura dato che, come abbiamo detto, non esiste una cura definitiva.

Parkinson, degli aggregati proteici lo scatenerebbero

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Ora però qualcosa potrebbe cambiare, a partire dal comprendere i meccanismi precisi che provocano questa malattia: sarebbero dei piccoli aggregati proteici i responsabili del morbo di Parkinson.

L’analisi strutturale di queste molecole (oligomeri di a-sinucleina) e la loro azione sabotatrice ai danni del sistema nervoso è stata svelata da un team di ricerca internazionale del quale fa parte il gruppo fiorentino di Fabrizio Chiti, docente di Biochimica, in un articolo della rivista Science dal titolo “Structural basis of membrane disruption and cellular toxicity by a-synuclein oligomers”.

I test di tossicità che hanno svelato i meccanismi molecolari alla base della malattia sono stati eseguiti in particolare dal Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche “Mario Serio” dell’Università di Firenze. Lo studio è coordinato da Alfonso De Simone dell’Imperial College di Londra (Regno Unito).

Gli studiosi, riporta il periodico digitale dell’Università di Firenze “Unifimagazine”, hanno isolato e stabilizzato due forme di molecole, chiamate oligomeri di a-sinucleina, una tossica e l’altra innocua, e ne hanno messo in luce la struttura e le modalità di interazione con le membrane biologiche, grazie a sofisticate tecniche di risonanza magnetica in soluzione e allo stato solido, oltre ad altri metodi di indagine biofisica.

L’oligomero tossico riesce ad ancorarsi alla membrana grazie a un sottile elemento altamente idrofobico – spiega Chiti -. Successivamente una parte più voluminosa e strutturata dell’oligomero, anch’essa idrofobica, si inserisce all’interno della membrana della cellula nervosa destabilizzandola strutturalmente e distruggendone la funzionalità“.

In condizioni normali, negli individui sani, questi piccoli oligomeri sono neutralizzati da un complesso sistema chiamato omeostasi proteica (proteostasis network). Negli individui anziani, quando questo sistema di controllo neuronale perde efficienza, gli oligomeri riescono a formarsi più insistentemente e ad agire indisturbati in specifiche aree del cervello.

I risultati emersi da questo lavoro – ha concluso Fabrizio Chiti – hanno non solo un valore legato all’avanzamento delle conoscenze dei meccanismi della malattia di Parkinson, ma offrono anche la base molecolare per un possibile intervento terapeutico”.

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