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Il soliloquio dell’ansia: la scienza dietro le parole dette a nessuno

Angela Gemito Gen 8, 2026

Ti è mai capitato di camminare per casa e, travolto da una scadenza imminente o da un litigio rimasto in sospeso, iniziare a borbottare tra te e te? Forse hai pronunciato frasi come “Ok, prima faccio questo, poi chiamo lui” oppure un secco “Non ci posso credere”. In quel momento, se qualcuno ti avesse visto, avresti provato un pizzico di imbarazzo. Eppure, parlare da soli sotto stress non è affatto un segnale di squilibrio mentale, ma una raffinata strategia di sopravvivenza del nostro cervello.

Il fenomeno, noto in psicologia come self-talk o discorso privato, è una funzione cognitiva complessa che esplode proprio quando il carico emotivo diventa troppo pesante da gestire in silenzio. Non è un caso che i tennisti professionisti urlino istruzioni a se stessi durante i match o che i chirurghi ripetano i passaggi di un’operazione a voce alta. La voce diventa un’ancora nel caos.


La funzione cognitiva del discorso privato

Perché il silenzio non basta più quando siamo sotto pressione? La risposta risiede nel modo in cui processiamo le informazioni. Quando siamo calmi, il pensiero procede in modo lineare e silenzioso. Tuttavia, lo stress satura la nostra memoria di lavoro, rendendo difficile mantenere l’ordine mentale. Esternalizzare i pensieri attraverso il linguaggio verbale permette di liberare spazio cognitivo, trasformando un groviglio di preoccupazioni in una sequenza logica di suoni.

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Secondo una ricerca pubblicata sul Quarterly Journal of Experimental Psychology, parlare a voce alta aiuta a focalizzare l’attenzione sugli obiettivi. In un esperimento condotto dai ricercatori Gary Lupyan e Daniel Swingley, è emerso che i soggetti che ripetevano il nome di un oggetto mentre lo cercavano riuscivano a trovarlo molto più velocemente degli altri. Questo suggerisce che usare la voce per gestire lo stress serve a direzionare i sensi e a non disperdere energie preziose.

L’effetto distanziamento: parlare a se stessi in terza persona

Uno degli aspetti più affascinanti di questo comportamento riguarda la forma grammaticale che utilizziamo. Quando siamo profondamente stressati, tendiamo a passare dall’uso dell’io al tu o addirittura alla terza persona. Invece di dire “Io devo calmarmi”, potresti scriverti o dirti “Marco, ora calmati”.

Questo fenomeno è studiato approfonditamente da Ethan Kross, professore di psicologia all’Università del Michigan e autore del libro Chiacchiere (Chatter). Kross sostiene che il self-talk in terza persona riduce l’ansia agendo come un meccanismo di distanziamento psicologico. Guardando a noi stessi come se fossimo un’altra persona, riusciamo a darci consigli più obiettivi e meno influenzati dall’emotività del momento. È più facile rassicurare un amico che rassicurare se stessi; parlarci in terza persona ci permette di diventare quell’amico.

“Il linguaggio ci fornisce uno strumento per allontanarci dalle nostre esperienze e guardarle dall’esterno,” afferma Ethan Kross. Questo “spazio” mentale è ciò che impedisce al panico di prendere il sopravvento.


Biologia dello stress e necessità di espressione

A livello fisiologico, lo stress innesca il rilascio di cortisolo e adrenalina, preparando il corpo alla reazione di attacco o fuga. Questa attivazione del sistema nervoso simpatico richiede una valvola di sfogo. Articolare le preoccupazioni a voce alta può abbassare i livelli di attivazione dell’amigdala, l’area del cervello responsabile delle risposte emotive intense.

Esiste un legame profondo tra linguaggio e regolazione emotiva. Quando diamo un nome a ciò che proviamo (“Sono furioso per questo ritardo”), stiamo compiendo un’azione chiamata affect labeling. Studi di neuroimaging hanno dimostrato che etichettare le emozioni verbalmente riduce l’attività delle aree emotive e aumenta quella della corteccia prefrontale, la sede del ragionamento logico. In breve: parlare ci rende più intelligenti nel bel mezzo di una crisi.

Esempi pratici di soliloquio funzionale

Esistono diverse tipologie di discorso solitario che mettiamo in atto durante i periodi difficili:

  • Il soliloquio motivazionale: “Puoi farcela, manca poco alla fine del progetto”. Serve a mantenere alta la perseveranza quando la stanchezza spingerebbe alla resa.
  • Il soliloquio istruttivo: “Metti l’acqua a bollire, poi taglia le verdure”. Molto comune quando dobbiamo eseguire compiti complessi con molte variabili, aiuta a prevenire errori banali causati dalla distrazione.
  • Il soliloquio catartico: Un’imprecazione o uno sfogo verbale improvviso. Agisce come una scarica elettrica che libera la tensione muscolare accumulata.

Questi comportamenti non sono casuali, ma rispondono a una necessità neurobiologica di organizzazione del pensiero. Senza questo strumento, il rischio è quello di cadere nella ruminazione mentale, un ciclo infinito di pensieri negativi che non portano ad alcuna azione concreta.


Quando preoccuparsi (e quando no)

Molte persone temono che parlare da soli sia il primo sintomo di patologie psichiatriche. La distinzione è in realtà molto netta. Il dialogo con se stessi per gestire l’ansia è un atto consapevole e coerente: sappiamo di essere noi a parlare e sappiamo perché lo stiamo facendo. Al contrario, nelle psicosi, le voci vengono percepite come esterne o estranee alla propria volontà.

Se ti ritrovi a borbottare mentre cerchi le chiavi della macchina o mentre prepari una presentazione importante, stai semplicemente usando un meccanismo di coping verbale. È un segno che il tuo cervello sta lavorando sodo per proteggerti dal caos esterno.


FAQ – Domande frequenti

Parlare da soli è un segno di intelligenza o di follia? Nella maggior parte dei casi, è un segno di alta efficienza cognitiva. Gli studi dimostrano che chi utilizza il self-talk per risolvere problemi tende a mostrare migliori capacità di concentrazione e una gestione superiore dello stress. Non ha nulla a che fare con la follia, a patto che la persona sia consapevole della fonte della voce.

Perché mi sento meglio dopo aver espresso ad alta voce una preoccupazione? Questo accade perché trasformi un pensiero astratto e caotico in una struttura linguistica lineare. Il processo di fonazione costringe il cervello a rallentare e a dare un ordine ai concetti, attivando la corteccia prefrontale e riducendo l’impatto emotivo immediato generato dall’amigdala.

È utile parlare a se stessi in terza persona durante un momento di panico? Sì, è una tecnica scientificamente validata chiamata distancing. Usare il proprio nome o il pronome “lui/lei” permette di osservare la situazione con maggiore distacco, diminuendo la risposta emotiva e favorendo una risoluzione dei problemi più razionale ed efficace rispetto all’uso della prima persona.

I bambini parlano da soli più degli adulti, perché? Per i bambini il discorso privato è una fase fondamentale dello sviluppo. Secondo Lev Vygotskij, i piccoli parlano ad alta voce per guidare le proprie azioni. Crescendo, questo discorso viene interiorizzato, ma torna a manifestarsi esternamente negli adulti ogni volta che affrontiamo compiti nuovi, difficili o emotivamente provanti.

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