Il tetto del mondo sta soffocando. Quello che un tempo era il simbolo ultimo dell’inviolabilità naturale e della sfida estrema dell’uomo contro gli elementi, oggi si presenta come un paradosso geografico: una cattedrale di ghiaccio deturpata da tonnellate di rifiuti plastici, metallici e organici. Non è più solo una questione di estetica o di rispetto per la montagna; la crisi dei rifiuti sull’Everest è diventata un’emergenza ecologica e sanitaria che mette a rischio l’ecosistema dell’intera regione himalayana.

L’illusione della purezza
Per decenni, l’immagine collettiva del Monte Everest (Sagarmatha in nepalese, Chomolungma in tibetano) è stata quella di una vetta immacolata. Tuttavia, l’esplosione del turismo d’alta quota e la democratizzazione delle spedizioni commerciali hanno trasformato i campi base e le vie di risalita in veri e propri depositi a cielo aperto. Dalle bombole d’ossigeno vuote alle tende sventrate dalle bufere, dalle lattine di cibo ai rifiuti umani che non si decompongono a causa delle temperature proibitive, la traccia lasciata dagli scalatori è diventata una cicatrice indelebile.
Il problema non risiede solo nel numero di persone, ma nella logistica della sopravvivenza in condizioni estreme. A 8.000 metri, nella cosiddetta “Zona della Morte”, ogni grammo pesa come un macigno e la priorità biologica è la conservazione della vita, non la gestione degli scarti. Questo ha creato una stratificazione storica di rifiuti che oggi, a causa del cambiamento climatico, sta tornando alla luce.
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Il fattore climatico: il disgelo che svela il passato
Il riscaldamento globale sta giocando un ruolo crudele nel rivelare l’entità del danno. Il ritiro dei ghiacciai non sta solo rendendo i percorsi più pericolosi e instabili, ma sta letteralmente “sputando fuori” decenni di negligenza. Vecchie corde, resti di spedizioni degli anni ’70 e ’80, e purtroppo anche i corpi di scalatori rimasti vittime della montagna, emergono dal ghiaccio perenne.
Questo fenomeno trasforma l’Everest in un sito archeologico dell’inciviltà moderna. Il ghiaccio, che per anni ha agito come un freezer naturale nascondendo il problema, sta ora accelerando il rilascio di inquinanti. Le microplastiche sono state rinvenute persino nei campioni di neve prelevati a pochi metri dalla vetta, a dimostrazione che nessun luogo sulla Terra, per quanto remoto, è più isolato dall’impatto antropico.
La logistica dell’impossibile: pulire il cielo
Tentare di bonificare l’Everest è un’impresa che sfida le leggi della fisica e dell’economia. Le autorità nepalesi hanno introdotto regolamenti rigorosi, come il deposito cauzionale di 4.000 dollari che viene restituito solo se lo scalatore riporta a valle almeno 8 chilogrammi di rifiuti. Ma in un mercato dove una spedizione può costare fino a 100.000 dollari, la cauzione viene spesso vista come una semplice tassa di smaltimento prepagata.
Il peso maggiore del lavoro sporco ricade sulla comunità Sherpa. Sono loro a rischiare la vita non per conquistare una vetta, ma per trasportare carichi pesanti di detriti altrui attraverso il pericoloso ghiacciaio del Khumbu. Campagne come la Sagarmatha Cleaning Campaign hanno rimosso tonnellate di materiale negli ultimi anni, ma il flusso di nuovi rifiuti sembra superare costantemente le capacità di rimozione.
Oltre la plastica: il rischio idrico per le valli
Se la vista di una bombola d’ossigeno abbandonata è fastidiosa, il vero pericolo è invisibile. Il problema dei rifiuti umani è una bomba a orologeria. Senza sistemi di smaltimento adeguati nei campi alti, i batteri e i contaminanti finiscono per fluire nei torrenti alimentati dal disgelo primaverile.

Migliaia di persone che vivono a valle dipendono dall’acqua che sgorga dai ghiacciai dell’Everest. La contaminazione idrica non è un’ipotesi futura, ma una realtà che minaccia la salute delle comunità locali e l’equilibrio dei pascoli d’alta quota. La sfida, dunque, non è solo “pulire la montagna” per i turisti, ma proteggere la fonte di vita di un intero bacino idrografico.
Uno scenario in mutamento: verso un nuovo alpinismo?
Siamo di fronte a un bivio etico. L’industria dell’alpinismo sta iniziando a interrogarsi sulla sostenibilità di questo modello. Si parla di limitare i permessi, di imporre tecnologie di smaltimento obbligatorie (come i sacchetti biodegradabili per i rifiuti solidi umani) e di promuovere un turismo più consapevole.
Tuttavia, l’Everest rimane una fonte economica vitale per il Nepal. Trovare l’equilibrio tra la conservazione di un patrimonio dell’umanità e la necessità economica di una nazione in via di sviluppo è la sfida più complessa da scalare. Il futuro della montagna dipenderà dalla nostra capacità di passare dal concetto di “conquista della vetta” a quello di “custodia dell’ambiente”.
L’eredità che lasceremo sulle pendici dell’Himalaya dirà molto su chi siamo stati come civiltà nel XXI secolo. Se continueremo a considerare le vette più alte come parchi giochi usa e getta, rischieremo di perdere non solo la bellezza dei paesaggi, ma la dignità stessa della nostra sete di esplorazione.
Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!




