Superticket, impossibile abolirlo ma adeguarlo al reddito

Tutti i non esenti lo pagano, ma in troppi non ne conoscono nemmeno l’esistenza o l’importo esatto: parliamo del superticket, cioè l’importo aggiuntivo di 10 euro che i cittadini pagano su ogni ricetta per prestazioni di diagnostica e specialistica.

A introdurlo fu, nel 2007, il governo Prodi. Rimase lettera morta fino alla Finanziaria 2011, quando a palazzo Chigi c’era Berlusconi e fu applicato.

Oggi ogni Regione può decidere se e come richiedere il superticket. Alcune hanno deciso di modularlo in base al reddito (Emilia Romagna, Umbria, Toscana, Veneto, Marche) o al tipo di servizio (come la Lombardia, Piemonte e Campania). Altre non lo prevedono: si tratta di Valle d’Aosta, Province autonome del Trentino Alto Adige, Basilicata, Lazio da metà del 2017, Sardegna. Il superticket di 10 euro è invece in vigore per tutti in Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria e Sicilia.

Da mesi ormai si parla di abolirlo, e il governo aveva promesso di abolirlo già in questa legge di Bilancio, ma come al solito l’interrogativo è sempre lo stesso: ci sono i fondi per poterlo fare?

Superticket impossibile abolirlo ma adeguarlo al reddito

Superticket impossibile abolirlo ma adeguarlo al reddito

Per consentire “una maggiore equità e agevolare l’accesso alle prestazioni sanitarie da parte delle persone più vulnerabili, e per il superamento delle misure di prelievo economico meno tollerate dai cittadini-utenti, soprattutto quelli in condizioni di basso reddito, a decorrere dal 1 gennaio 2018, nello stato di previsione del Ministero della salute, è istituito un Fondo per la riduzione della quota fissa sulla ricetta pari a 60 milioni annui, 180 milioni nel triennio“. Questa, secondo Luciano Uras (CP), “la riformulazione avanzata” dell’emendamento superticket da lui stesso presentato.

Governo e maggioranza, dopo una trattativa andata avanti per giorni, hanno quindi raggiunto un accordo sull’alleggerimento del superticket in legge di Bilancio.

In queste ore, poi, è stata approvata la nascita del Fondo per il sostegno dei caregiver familiari. La Commissione Bilancio del Senato ha dato via libera all’unanimità all’emendamento (a prima firma Laura Bignami, ma poi sottoscritto da tutti i gruppi e da centinaia di senatori singolarmente) che stanzia 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020 per “la copertura finanziaria di interventi legislativi finalizzati al riconoscimento del valore sociale ed economico dell’attività di cura non professionale del caregiver familiare”.

L’emendamento definisce quindi il caregiver come “la persona che assiste e si prende cura del coniuge, di una delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto, di un familiare o di un affine entro il secondo grado, anche di un familiare entro il terzo grado, che a causa di malattia, infermità o disabilità, anche croniche o degenerative, non sia autosufficiente e in grado di prendersi cura di sé, sia riconosciuto invalido in quanto bisognoso di assistenza globale e continua di lunga durata, o sia titolare di indennità di accompagnamento“.

I 60 milioni stanziati in tre anni saranno attinti dal fondo speciale di parte corrente, utilizzando in parte l’accantonamento del Ministero dell’economia.

Saltato invece l’emendamento sul rifinanziamento della Naspi, la nuova assicurazione sociale per l’impiego. La proposta di modifica permetteva di destinare le risorse finanziarie disponibili anche per la prosecuzione dell’indennità di disoccupazione a favore di quei lavoratori che non avendo potuto beneficiare del trattamento di mobilità avrebbero perso qualsiasi misura di sostegno al reddito.

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