Anno bisestile, ma perchè esiste?

Diciamoci la verità: in tantissimi, quasi tutti, a inizio di ogni anno ci chiediamo se, quello che sta per iniziare, sarà a o meno un anno bisestile, perché è difficile ricordarsi con precisione quando è stato l’ultimo, anche se cade precisamente ogni quattro anni.

Com’è noto, per anno bisestile si intende l’anno che contiene un giorno in più esattamente nel mese di febbraio che si chiude il 29 invece del consueto 28.

Ma perché c’è stata l’esigenza di introdurre un anno bisestile?

Come ci insegna la scienza, la Terra impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi per completare un’orbita intorno al Sole.

Nella creazione del calendario gregoriano, però, per comodità, la durata di un anno è stata approssimata a 365 giorni.

Questo implica che, con il passare del tempo, si accumulerebbero più o meno 6 ore all’anno e quindi dopo un secolo il calendario sarebbe sfasato di ben 24 giorni.
L’equinozio di primavera potrebbe finire per scivolare, col tempo, dal 21 marzo verso aprile, poi a maggio, a giugno, e così via.

Ecco allora che, per mantenere sempre invariato lo scorrere dei mesi, dobbiamo aggiungere un giorno ogni 4 anni.

La sua introduzione risale al 46 a.C., anno nel quale Giulio Cesare, su indicazione dell’astronomo alessandrino Sosigene al quale si era rivolto sotto il consiglio di Cleopatra, diede all’anno bisestile una sua prima configurazione (la cui applicazione fu leggermente rimodulata e perfezionata nell’8 a.C. da Ottaviano Augusto), destinata ad avere una lunga applicazione nel corso della storia occidentale.

Per i Romani però gli anni bisestili cadevano prima delle calende di marzo ossia il 24 febbraio. Solo quando si iniziarono a contare i giorni in modo progressivo partendo dal 1° la data fu traslata al 29 febbraio.

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