I brevetti scadono e i farmaci diventano low cost

Da anni ormai anche ammalarsi è un lusso: sono milioni infatti gli italiani che non riescono a sostenere i costi di cure e farmaci, rinunciando quindi persino a curarsi.

Ma una buona notizia, una volta tanto, è in arrivo: entro il 2017 saranno 16 i brevetti di farmaci scaduti, che consentiranno così ad aziende generiche di produrre farmaci equivalenti ma meno cari.

Crestor, Pafinur, ma anche Olmetec e Cialis: tutta una serie di farmaci dal prezzo piuttosto alto saranno affiancati dal loro «generico», un farmaco assolutamente analogo, con lo stesso principio attivo, ma prodotto da un’altra casa farmaceutica, diversa da quello che l’ha brevettato, e quindi a costi (e prezzi) decisamente minori.

Su tutti svetta la probabile riduzione del prezzo del Cialis, che cura la disfunzione erettile, di fascia C, cioè con prescrizione ma a carico dei pazienti, ma nell’elenco anche anti ipertensivi e anti colesterolo, farmaci contro l’osteoartrosi e l’ipertrofia prostatica benigna.

Il giro d’affari di questi quattordici brevetti loro giro d’affari è di oltre un miliardo di euro, quasi completamente a carico del servizio sanitario nazionale visto che si tratta di medicinali rimborsati, in fascia A. La stima è che l’ingresso del generico abbatta i prezzi di circa il 60%. Il calcolo su quale sarà il risparmio è piuttosto facile: 600 milioni di euro.

La spesa sarà quindi dimezzata, secondo l’associazione nazionale delle industrie dei farmaci generici (Assogenerici). Questo è un bene per i consumatori, ma non necessariamente per le aziende, tant’è che, come spiega lo stesso ente, «oltre una gara su 4 per le forniture dei farmaci in ospedale va deserta, per colpa dei prezzi troppo bassi che impediscono alle aziende di concorrere».

Al di là del risparmio, non manca tra gli esperti chi apre la polemica: «I farmaci generici sono uno strumento molto utile e, come deliberato da alcune Regioni italiane, occorrerebbe che i risparmi che generano venissero reinvestiti sempre in innovazione», commenta Francesco Mennini, professore di economia sanitaria e Research Director del Ceis dell’Università Tor Vergata di Roma.

Il denaro risparmiato «deve essere mantenuto nel comparto farmaceutico, perché già esiste un tetto di spesa non commisurato ai reali bisogni. Almeno bisognerebbe reinvestire quanto risparmiato laddove è stato generato».

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