Leucemia, incoraggianti risultati sullo studio delle recidive

La leucemia è un tumore maligno dovuto ad una proliferazione incontrollata delle cellule del midollo osseo.

Le leucemie acute sono malattie rapidamente progressive, nella quali si ha un accumulo di cellule immature (chiamate blasti) a livello del midollo osseo e del sangue periferico. Il midollo osseo non riesce più a produrre le normali cellule del sangue (globuli rossi, globuli bianchi, e piastrine) per cui si verifica uno stato di anemia, ossia una diminuzione dei globuli rossi, una piastrinopenia (cioè la diminuzione delle piastrine), che può portare al verificarsi di ematomi cutanei e facili sanguinamenti, ed una carenza di globuli bianchi normali, che riduce le capacità dell’organismo di combattere le infezioni.

Le leucemie croniche hanno un decorso più lento, e sono caratterizzate dal progressivo accumularsi nel midollo osseo e nel sangue di cellule relativamente mature, in parte ancora funzionanti.

La sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di leucemia è triplicata nel corso degli ultimi 40 anni. Attualmente infatti si registrano sopravvivenze del 60% nella leucemia linfoblastica acuta dell’adulto, e dell’85% in quella del bambino. Per la leucemia mieloide acuta, si ottengono sopravvivenze a cinque anni pari al 30% nell’adulto, e al 46% nei bambini. Per le forme croniche, sopravvivono a cinque anni il 75% dei pazienti con leucemia linfatica cronica e il 40% dei pazienti con leucemia mieloide cronica.

Lo scopo principale della terapia delle leucemie è quello di indurre uno stato di remissione di malattia, ossia di ottenere una scomparsa delle cellule leucemiche dal midollo osseo e dal sangue, con un ritorno a valori del sangue normali e la scomparsa dei sintomi correlati. Questa fase della terapia viene chiamata terapia di induzione. Ad essa vengono generalmente fatte seguire delle terapie cosiddette di mantenimento e di consolidamento, che possono essere basate sugli stessi farmaci utilizzati per l’induzione, o anche su farmaci diversi.

In entrambe le tipologie, qualora dopo la remissione si verifichi una recidiva, ossia un ritorno della malattia, è necessario intervenire di nuovo con ulteriori e diversi trattamenti di induzione.

Il tempo in cui avviene la ricaduta è fondamentale: ricadere in terapia o pochi mesi dopo lo stop terapia rispetto a ricadere lontano dallo stop terapia (da almeno un anno in avanti) modifica la prognosi e quindi anche l’approccio terapeutico in maniera sensibile.

Leucemia, incoraggianti risultati sullo studio delle recidive

Leucemia incoraggianti risultati sullo studio delle recidive

In queste ore è arrivata inoltra la notizia di un incredibile risultato di uno studio che si è occupato delle recidive nel campo della leucemia.

Nello specifico, è stato fatto un passo avanti importante per prevedere già al momento della diagnosi il rischio di ricaduta di una diffusa neoplasia pediatrica, la leucemia linfoblastica acuta di tipo B. La notizia viene da uno studio apparso sulla rivista Nature Medicine.

Fino ad oggi, per i pazienti colpiti da leucemia linfoblastica acuta di tipo B (B-LLA) – il più frequente tumore in età pediatrica – era necessario attendere la risposta al trattamento e la verifica molecolare della cosiddetta ‘malattia residua minima’ per stabilire l’eventuale rischio di ricaduta. Ora, grazie a uno studio di un team di ricercatori del Centro di Ricerca Matilde Tettamanti e della Stanford University, si è scoperto che è possibile prevedere fin dalla diagnosi se questi pazienti avranno maggiori probabilità di ricaduta dopo i trattamenti.

Utilizzando la citometria di massa, una tecnologia in grado di individuare e analizzare contemporaneamente decine di parametri biologici e funzionali di ogni singola cellula, i ricercatori sono riusciti a identificare un preciso comportamento cellulare che sembra proprio guidare la ricaduta: le cellule leucemiche di B-LLA, alla diagnosi, sono state confrontate con la loro controparte sana mediante un programma bioinformatico al fine di individuare i profili più caratteristici delle cellule leucemiche; profili che sono poi stati confrontanti nei pazienti ricaduti rispetto a quelli in remissione e, utilizzando un approccio di machine learning, sono state identificate le caratteristiche funzionali predittive della ricaduta.

I ricercatori hanno messo a punto un modello statistico di predizione delle ricadute, definito come Developmentally Dependent Predictor of Relapse (Ddpr). Il modello ha dimostrato chiaramente che sei caratteristiche cellulari, presenti in due sottopopolazioni leucemiche (pre-BI e pro-BII), sono in grado di far prevedere la ricaduta del paziente fin dal momento della diagnosi.

Alla luce degli ottimi risultati ottenuti in questo lavoro, il modello DDPR verrà ulteriormente validato in un numero più ampio di campioni prelevati da pazienti con B-LLA (circa 300) che saranno messi a disposizione dal COG (Children’s Oncology Group) americano.

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

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