Sanità, un terzo dei decessi in Europa si potrebbe evitare
polmonite anziani ammalati

A differenza di molti stati, nel mondo, dove senza un reddito adeguato non si ha diritto all’assistenza sanitaria necessaria anche alle esigenze più basilari, gli stati membri dell’Europa si impegnano a garantire pari opportunità di vivere in buona salute e avvalersi di un’assistenza sanitaria di qualità, indipendentemente da reddito, genere, appartenenza etnica.

All’interno dell’Unione Europea permane però la piena autonomia di scelta e gestione del proprio sistema sanitario. In Francia e Germania ad esempio si prevede il finanziamento con l’iscrizione obbligatoria all’assicurazione sanitaria, che rimborsa le spese mediche ai cittadini. In Italia invece si prevede il finanziamento in prevalenza dal gettito fiscale e organizzato in sistema sanitario nazionale.

Tra i vari stati, poi, permangono molte differenze in termini di efficienza, ma una cosa accomuna tutti: c’è ancora tanto da fare e migliorare, per garantire il massimo possibile ai pazienti.

Oltre 570mila morti in Europa, quasi una su tre di quelle che si verificano ogni anno sotto i 75 anni, sarebbero infatti evitabili con le conoscenze mediche e tecnologiche di cui disponiamo: ad affermarlo l’Eurostat nel suo ultimo rapporto.

Lo stesso rapporta evidenzia come siano gli infarti la patologia che pesa di più su questa statistica. Il concetto di morte evitabile, spiega l’istituto europeo, «implica che una certa morte avrebbe potuto non avvenire in un dato momento se ci fosse stata un’assistenza sanitaria adeguata in atto».

Per l’Italia il rapporto fa riferimento a poco più di 52mila morti evitabili per il 2015, corrispondenti al 32% del totale. Si tratta di una percentuale leggermente inferiore alla media europea (33,1%) ma più alta di Paesi come la Francia (che è l’unica sotto il 25%). La situazione peggiore è quella registrata in Romania, vicina al 50%.

Gli attacchi di cuore, con oltre 180 mila decessi evitabili, rappresentano il 32% delle morti che potrebbero essere scongiurate. Seguono gli ictus (89.600 decessi, pari al 16%), i tumori del colon-retto (più di 66 mila decessi, 12%) e i tumori al seno (circa 50 mila decessi, 9%).

E non è neppure la prima volta che viene lanciato un allarme del genere.

Lo scorso anno, ad esempio, nel rapporto ‘L’impatto dell’ictus in Europa‘, commissionato dall’associazione Safe – Stroke Alliance for Europe al King’s College di Londra, si poteva leggere come il numero totale dei casi di ictus nell’Unione europea aumenterà del 34% , cioè un passaggio da 613.148 casi nel 2015 a 819.771 nel 2035.

Tuttavia, nonostante questa patologia rappresenti una tra le prime cause di morte in Europa, la seconda causa di deficit cognitivo e in assoluto la prima causa di disabilità a lungo termine, solo il 30% dei pazienti colpiti da ictus riceve un’assistenza adeguata.

Dal rapporto era altresì emerso come sarebbe possibile un notevole miglioramento dell’indice di sopravvivenza grazie all’implementazione delle Stroke Unit e all’uso del trattamento di trombolisi.

La prevenzione e la corretta terapia dovrebbero quindi rappresentare una priorità per tutti i Paesi europei, Italia compresa naturalmente, dove c’è da registrare per di più una netta distinzione di efficienza tra nord e sud del paese.

A Londra, ad esempio, il tempo di percorrenza che intercorre da un evento di ictus al ricovero in ospedale è di 30 minuti. Nel sud Italia parliamo anche di 4-5 ore. E’ quindi necessario che le autorità competenti italiane si impegnino per superare le disparità di accesso alle cure e di trattamento dei pazienti sul territorio.

 

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