Tumore, donna ammalata licenziata ed è polemica
Tumore donna ammalata licenziata polemica

Come stabilisce il Codice Civile Italiano, in caso di malattia il lavoratore ha il diritto di assentarsi dal posto di lavoro e può usufruire della retribuzione a carico del datore di lavoro, se la legge o la contrattazione collettiva lo prevedono, e/o un’indennità di malattia a carico dell’Inps.

In caso di contratto a tempo determinato o indeterminato, per ottenere il trattamento economico sostitutivo, il lavoratore necessita di un certificato di malattia, che viene emesso dal medico curante e trasmesso direttamente da quest’ultimo via internet all’Inps. L’Inps stesso provvedere ad inviare il certificato al datore di lavoro, sempre via internet. Il lavoratore, da parte sua, se l’azienda lo richiede, deve comunicarle il numero identificativo del certificato, che gli viene reso noto dal medico.

Il lavoratore deve in questo periodo sottoporsi ad accertamenti sanitari, di competenza delle Asl. La sospensione del rapporto di lavoro può prolungarsi fino ad un massimo di3 mesi, per anzianità di servizio inferiore ai dieci anni, e fino a 6 mesi per anzianità di servizio superiore ai dieci anni. La durata può essere modificata dai singoli contratti collettivi di categoria. Questi ultimi possono prevedere la possibilità, per il lavoratore, di chiedere, prima della scadenza del termine del periodo di malattia, un ulteriore periodo di aspettativa, senza retribuzione e senza decorrenza dell’anzianità di servizio.

Questa è la legge che, quindi, tutela il lavoratore, a patto che come abbiamo visto informi il suo datore di lavoro e dimostri effettivamente di essere malato.

Ma nella realtà sovente le cose vanno ben diversamente, come ci dimostra una triste storia che viene da Milano, una storia che ci parla di un licenziamento alquanto discutibile e che ironia della sorte cade proprio in prossimità del primo Maggio, giorno in cui si festeggia la festa dei lavoratori.

Ed è ancora più paradossale questa storia perché la protagonista è una donna di 53 anni, sposata, con un figlio studente che presta o per meglio dire prestava servizio non presso un’azienda che guarda solo al profitto, ma presso il Piccolo Cottolengo Don Orione di Milano, storica istituzione religiosa dedita all’assistenza agli anziani, con un contratto di 36 ore settimanali ed uno stipendio netto mensile di circa 1.100 euro.

L’episodio è stato denunciato dal Sindacato generale di base (Sgb) che ha già annunciato che assisterà la donna nella causa legale per la sua reintegrazione oltre a “denunciare anche questo caso scandaloso nella manifestazione del Primo Maggio”.

La donna cinque anni fa si è ammalata di una patologia oncologica.

All’ANSA ha spiegato chepur non potendo sollevare pesi superiori ai cinque chili può tranquillamente proseguire a distribuire pasti e pulire i pazienti più autonomi o fare anche altre attività“.

Altri dipendenti nelle mie condizioni sono stati ricollocati in lavori analoghi e non vedo perché questo non debba essere fatto per me – ha aggiunto -. Dopo 33 anni di dedizione al lavoro vengo messa alla porta da un’istituzione che si dice religiosa“.

Nella lettera di licenziamento, firmata dal direttore generale don Pierluigi Ondei, è scritto fra l’altro “si rileva che la Provincia (termine con cui si indica l’ente religioso di gestione, ndr) ha esperito il tentativo di ricollocarla in mansioni differenti, equivalenti o finanche inferiori a quelle attuali compatibili con il suo stato di salute, appurando tuttavia l’insussistenza di posizioni alternative disponibili, sia presso la struttura di Milano, sia presso le altri sedi della Provincia“.

fonte@Ansa

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

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