Tumore al seno, la chemio non è essenziale per tutte
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Il tumore al seno è una malattia potenzialmente grave se non è individuata e curata per tempo. È dovuto alla moltiplicazione incontrollata di alcune cellule della ghiandola mammaria che si trasformano in cellule maligne.

Se l’ esame fondamentale per la diagnosi della malattia è la mammografia, una radiografia dei tessuti interni della mammella, che permette di evidenziare la presenza di un nodulo, ancora prima che possa essere ‘palpabile’, la chirurgia è il trattamento proposto alla maggior parte delle pazienti per l’asportazione del tumore. Di solito, nella stessa sede il chirurgo asporta anche alcuni linfonodi ascellari per esaminarli al microscopio e verificare se vi siano presenti cellule tumorali.

Molto utilizzata anche la radioterapia (detta anche terapia radiante) che utilizza radiazioni ionizzanti ad alta frequenza per distruggere le cellule neoplastiche. Le radiazioni possono essere erogate da una macchina esterna (radioterapia a fasci esterni) oppure da sostanze radioattive (radioisotopi) impiantati all’interno del tessuto da trattare (radioterapia interna o brachiterapia).

La radioterapia è indicata come trattamento complementare alla chirurgia conservativa allo scopo di sterilizzare i tessuti mammari residui, ma in presenza di determinate condizioni può esserlo anche dopo una mastectomia.

Ancora molto utilizzata è anche la chemioterapia, la modalità terapeutica che distrugge le cellule tumorali attraverso la somministrazione di farmaci, che vengono iniettati per via endovenosa oppure possono essere assunti per bocca in forma di compresse. Può essere utilizzata prima della chirurgia (chemioterapia neoadiuvante) con l’intento di ridurre le dimensioni del tumore e consentire un intervento conservativo oppure dopo la chirurgia (chemioterapia adiuvante) con intento precauzionale quando le caratteristiche del tumore indicano un rischio di diffusione per via ematica.

Eppure, a quanto pare, la chemioterapia può essere evitata nel 70% dei casi di tumore del seno iniziale, con un test basato su 21 geni: a dirlo uno studio americano ‘Tailorx’, condotto su 10.273 donne con la forma più comune della malattia, ossia con recettori ormonali postivi e Her2-negativo.

Lo studio, il più grande mai condotto sulle terapie per il cancro al seno, dimostra che un corposo gruppo di pazienti non ha bisogno della chemio dopo l’intervento chirurgico: non è stato infatti rilevato alcun miglioramento in termini di sopravvivenza libera dalla malattia quando la chemio era aggiunta all’ormonoterapia.

Il test misura, con un punteggio da 1 a 100 sulla base dell’espressione di 21 geni, il rischio di recidiva a 10 anni e individua quali pazienti possono trarre beneficio dalla chemio.

Delle oltre 10mila donne sottoposte al test OncotypeDX, oltre 6mila hanno avuto un punteggio intermedio (11-25) e sono state quindi assegnate a ricevere chemioterapia e terapia ormonale o solo ormoterapia.

Più nello specifico, dopo una media di 7,5 anni di follow up i due tipi di trattamento sono risultati equivalenti: le pazienti che hanno ricevuto anche la chemioterapia non hanno ottenuto alcun vantaggio in termini di sopravvivenza libera da malattia, sviluppo di metastasi a distanza e sopravvivenza globale. In altri termini, in generale non c’è vantaggio nell’aggiungere la chemio.

«Questo significa che possiamo limitare la chemio al 30% delle donne per le quali già possiamo prevedere che ne trarranno beneficio», spiega l’autore principale dello studio, Joseph A. Sparano, direttore della Clinical Research dell’Albert Einstein Cancer Center and Montefiore Health System di New York.

Le donne ad alto rischio di recidiva, invece, secondo i dati raccolti dagli scienziati, hanno mostrato un tasso di ricaduta a distanza del 13% nonostante la cura combinata con chemio e ormonoterapia. E questo risultato, spiegano gli autori, mette in evidenza la necessità di sviluppare cure specifiche per questo gruppo di donne.

“Ogni donna con tumore iniziale al seno dai 75 anni in giù – precisa Sparano – dovrebbe dunque avere la possibilità di sottoporsi al test e discutere con il medico riguardo all’opportunità della chemioterapia dopo l’intervento”.

Secondo gli autori della ricerca la chemio è inoltre inutile nelle pazienti over-50 con punteggio 0-25 e le pazienti con meno di 50 anni e punteggio 0-15.

«Questi dati – ha aggiunto Harold Burstein, esperto Asco – forniscono l’evidenza a dottori e pazienti che possono usare informazioni genomiche per decidere al meglio sui trattamenti nelle donne ai primi stadi del cancro. Significa che migliaia di donne potranno evitare la chemio con tutti i suoi effetti collaterali pur mantenendo eccellenti risultati a lungo termine».

Angela Sorrentino

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

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