Firma i fegati che trapianta, chirurgo a processo

Non tutti lo sanno, ma esiste un Catalogo degli autografi italiani, in cui sono contenute le valutazioni delle firme di circa 2.500 italiani illustri dal 1800 al 2000. Tra questi anche personaggi della cultura, dell’arte e dello sport che hanno fatto la storia d’Italia.

Paolo VI, ad esempio, ‘vale’ più di Mussolini e Garibaldi e Mazzini più di Cavour e Vittorio Emanuele II.

Sfogliando pagina dopo pagina, si scopre che una firma di Mussolini può valere dai 50 euro di un attestato prestampato (decreto, promozione e trasferimento) ai 600 su un frammento di carta; ma se l’autografo si trova su una foto può valere da 400 a 1000 euro. Anche le quotazioni di Paolo VI sono diverse: se per un ‘autografo’ tra il 1920 e il 1963 si arriva vicino ai 200 euro, nel periodo papale (1963-1978) la sua firma varrà fino a 400 euro. Inoltre, con una lettera si sfiorano gli 800 mentre un contenuto interessante può far balzare il valore oltre i 1000 euro.

La nostra firma, naturalmente, vale ben poco, almeno quando non è apposta su un assegno sostanzioso, e la maggior parte di noi neppure ci tiene particolarmente a vederla apposta su un foglio piuttosto che su un documento, ma c’è chi addirittura commette reato pur di lasciare la sua impronta.

Da tutti considerato uno dei migliori chirurghi dell’ospedale universitario Queen Elizabeth di Birmingham, in Gran Bretagna, in realtà aveva un vezzo, nemmeno troppo innocuo, e solo per caso, nel 2013, fu scoperto: il medico, infatti, lasciava le sue iniziali – SB – sul fegato che trapiantava.

Firma i fegati che trapianta, chirurgo a processo

Firma i fegati che trapianta chirurgo a processo

SB era il sigillo che il chirurgo Simon Bramhall, 53 anni, lasciava sul fegato dei suoi pazienti.

Due sono gli episodi che gli sono stati contestati, verificatisi tra febbraio e agosto del 2013, anche se potrebbe aver lasciato il suo segno anche durante altri interventi.

Il suo strano modo di lasciare la sua impronta è stato scoperto casualmente quando un uomo, da lui precedentemente operato, si è sottoposto ad un altro intervento chirurgico.

Il medico, tra l’altro, ha ammesso le sue responsabilità. La sua difesa punta sul fatto che l’uomo non fosse solo mentre operava e che quindi il tutto sia avvenuto “in presenza di colleghi”.

Per fortuna, esperti hanno confermato che l’uso, seppur improprio, del gas argon non è ritenuto dannoso per l’organo e che normalmente i segni scompaiono.

Stiamo parlando di persone, non di libri per gli autografi”, ha attaccato invece un’associazione in difesa dei due pazienti, appoggiata dal consiglio dei Medici, che ha condannato la sua azione poiché “rischia di screditare la professione“.

Si tratta di un caso molto insolito, complesso e senza precedenti nelle aule del tribunale“, ha dichiarato l’accusa, “Ciò che ha fatto non è solo eticamente sbagliato, ma si tratta di un crimine. Non si è trattato di un caso isolato e ha richiesto maestria, poiché attuato di fronte ai colleghi. È stata un’applicazione intenzionale di una forza illegale a pazienti anestetizzati.

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