In natura esiste un gambero che si clona da solo

Per i poco avvezzi alla materia, la clonazione altro non è che una tecnica dell’ingegneria genetica che serve a riprodurre milioni di copie identiche di un frammento del Dna (oppure di un corredo genetico completo), partendo anche solo da una singola cellula. Un clone, più in generale, è un individuo geneticamente uguale a un altro.

La clonazione è abbastanza frequente in natura, in particolare negli organismi unicellulari che si riproducono per semplice divisione, senza rimescolamento di materiale genetico con altri individui, oppure nelle piante: un frammento di foglia o di radice si stacca dalla pianta madre mette radici e forma un individuo indipendente.

La clonazione in natura però, come detto, riguarda solo gli organismi più semplici, eppure pare che esista un gambero, un organismo quindi ben più complesso, capace di clonarsi e moltiplicarsi potenzialmente all’infinito.

Nello specifico, si chiamano gamberi marmorizzati e nel mondo esistono solo esemplari “cloni” di sesso femminile, che provengono tutti da una singola femmina: lo ha dimostrato un nuovo studio sul genoma di queste creature.

Il crostaceo, che negli ultimi 20 anni ha letteralmente invaso fiumi e laghi di tutto il Pianeta, distruggendo i delicati ecosistemi e mettendo a repentaglio la sopravvivenza di molte specie, attirò l’attenzione dei biologi già nel 1995, quando il proprietario di un acquario in Germania ritrovò inaspettatamente la vasca piena di femmine clonate da una singola madre.

In natura esiste un gambero che si clona da solo

In natura esiste un gambero che si clona da solo

La creatura, ribattezzata Procambarus virginalis, si è dimostrata con il passare degli anni un invasore particolarmente aggressivo, tanto che alcuni lo hanno paragonato al cancro.

I gamberi marmorizzati o marmorkrebs sono capace di partenogenesi, una forma naturale di riproduzione asessuata in cui lo sviluppo dell’uovo avviene senza che questo sia stato fecondato.

Nel nuovo studio, Frank Lyko e il suo team del Centro tedesco per la ricerca sul cancro (Deutsches Krebsforschorsszentrum, DKFZ) di Heidelberg hanno fornito la prova che tutta la progenie femmina del gambero marmorizzato fosse geneticamente identica.

Il team di Lyko per cinque anni ha analizzato in dettaglio i genomi di qualche dozzina di gamberi marmorizzati provenienti da diverse parti del mondo e ne ha concluso che il genoma del crostaceo è più lungo di quello umano, anche se contiene all’incirca lo stesso numero di geni (21mila). Ciascun individuo possiede tre serie di cromosomi (92 cromosomi in totale), invece delle canoniche due della maggior parte degli animali con riproduzione sessuata. Non solo, due delle tre serie sono molto simili, mentre la terza differisce sostanzialmente dalle altre.

Normalmente i cloni risultano essere svantaggiati, perché mancano della variazione genetica per adattarsi alle più svariate situazioni, ma il gambero marmorizzato ha dimostrato al mondo che la scienza non sempre è perfetta. I tre set cromosomici di cui dispone hanno infatti aiutato il crostaceo ad adattarsi alle condizioni più estreme.

In un’altra parte dello studio, uno scienziato del Madagascar ha esaminato in che misura i gamberi siano in grado di diffondersi in natura attraverso la partenogenesi. È stato così scoperto il loro enorme successo riproduttivo, “rapido e massiccio”.

Oltre al Madagascar, i gamberi marmorizzati si possono trovare anche, ad esempio, in Svezia, Giappone, Friburgo, Hannover o Heidelberg. Questa è la prova della loro notevole adattabilità, senza alcuna riproduzione sessuale.

Secondo gli esperti, questa scoperta non interessa solo i biologi evoluzionisti: studiare il genoma del gambero marmorizzato, indagarne l’epigenetica e l’interazione delle molecole di dna potrebbero infatti guidare i ricercatori anche a nuove scoperte sui meccanismi di crescita del tumore.

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

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