Vitamina D non ha un ruolo fondamentale nel proteggere il cervello
Vitamina D non ha un ruolo fondamentale nel proteggere il cervello

Tutte le vitamine sono fondamentali al corretto equilibrio e funzionamento del nostro corpo, ma un posto centrale occupa senza dubbio la vitamina D.

Nonostante quasi il 60% degli adulti (e addirittura l’80% degli anziani) ha una carenza di vitamina D, come dicono i dati allarmanti della Fondazione internazionale di osteoporosi e della Società italiana osteoporosi, è fondamentale perché questa vitamina va ad agire a 360 gradi sulla nostra salute.

La vitamina D è essenziale per le ossa e protegge dalle fratture. È stata infatti scoperta nel 1922, quando i ricercatori hanno notato che il rachitismo era causato da una mancanza di vitamina D.

Numerosi studi specifici hanno poi dimostrato che la vitamina D può proteggere l’apparato respiratorio, ridurne le infezioni (raffreddori) e il bisogno di antibiotici.

È stato dimostrato che le donne in sovrappeso soffrono di una mancanza di vitamina D e che i bambini nati da donne con una carenza di vitamina D durante la gravidanza avevano una predisposizione all’obesità. Nelle donne con più di 65 anni, è stato scoperto un collegamento tra i livelli normali di vitamina D e il peso forma.

Le ricerche hanno dimostrato persino che, oltre a essere un potente stimolatore del sistema immunitario, la vitamina D protegge il cuore, riducendo il rischio di sviluppare aterosclerosi e ipertensione.

Uno studio pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine ha inoltre dimostrato che carenze di vitamina D nell’età infantile sono correlate a un più elevato tasso di asma e allergia.

Tra i tanti vantaggi che questa vitamina apporta al nostro organismo, a quanto pare non rientra un’azione protettiva per il nostro cervello.

Nello specifico, è improbabile che la vitamina D salvaguardi dalla sclerosi multipla, dal Parkinson, dall’Alzheimer o da altri disturbi legati al cervello. Lo rileva una ricerca dell’Università australiana di Adelaide, pubblicata su Nutritional Neuroscience.

Grazie a una revisione sistematica di oltre 70 studi preclinici e clinici, gli esperti hanno analizzato il ruolo della vitamina D in un’ampia gamma di malattie neurodegenerative: “Studi precedenti avevano scoperto che i pazienti con una malattia neurodegenerativa tendevano ad avere bassi livelli di vitamina D rispetto a persone sane. Ciò ha portato all’ipotesi che l’aumento dei livelli di vitamina D, attraverso una maggiore esposizione ai raggi UV e al sole o prendendo integratori, potrebbe potenzialmente avere un impatto positivo. Una convinzione diffusa è che questi supplementi potrebbero ridurre il rischio di sviluppare disturbi correlati o limitare la loro progressione. I risultati della nostra revisione approfondita e un’analisi di tutta la letteratura scientifica, tuttavia, indicano che non è così e che non ci sono prove convincenti a sostegno della vitamina D come agente protettivo per il cervello”, ha spiegato Krystal Iacopetta, autrice principale della ricerca.

D’altronde, però, questo non sminuisce l’importanza della giusta esposizione al sole.

Il professor Mark Hutchinson, altro autore della ricerca, ha dichiarato infatti che ci possono essere prove che l’esposizione solare possa avere un impatto benefico sul cervello, in modi diversi da quelli relativi ai livelli di vitamina D: “Potrebbe essere che un’esposizione al sole ragionevole e sicura sia un bene per il cervello e che ci siano nuovi ed entusiasmanti fattori in gioco che dobbiamo ancora identificare e misurare”, ha concluso.

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