farmaco sperimentale e nuovi studi sull’Alzheimer
Cervello realizzato in laboratorio il primo organoide completo in miniatura

Per decenni, l’idea che un batterio o un virus potesse essere una delle cause della malattia dell’Alzheimer è stata respinta come una teoria marginale, un gruppo di ricercatori della Harvard Medical School ha riportato sulla rivista Neuron l’ultima prova che suggerisce che gli herpesvirus possono innescare una cascata di eventi che portano alla malattia di Alzheimer, una forma fatale di demenza che affligge buona parte della popolazione mondiale.

I ricercatori hanno studiato come i neuroni nei topi hanno risposto alla presenza dell’herpes simplex 1 (HSV-1), il virus che causa l’herpes labiale. In un esperimento separato che coinvolge un modello 3D del cervello umano di persona adulta, hanno anche studiato l’herpesvirus umano 6 (HHV-6), il germe responsabile della formazione del roseola della malattia della pelle dell’infanzia. Questi virus vengono in genere catturati precocemente durante l’arco della vita e rimangono dormienti in qualche parte nel corpo, ma con l’età, migrano quasi sempre fino al cervello.

Il World Alzheimer Report del 2017 stima che in tutto il mondo ci siano 47 milioni di persone affette da demenza con una forte previsione di crescita nei prossimi anni grazie all’innalzamento dell’età media: la previsione è che nel 2050 i malati saranno oltre 130 milioni.

In Italia nel 2017 c’erano circa un milione di malati di demenza, di cui circa 600mila affetti da Alzheimer.

La malattia di Alzheimer (Alzheimer’s Disease: AD) è una patologia neurodegenerativa, progressiva ed irreversibile, che colpisce il cervello.

Il morbo di Alzheimer influisce sulle capacità di una persona di portare a termine le più semplici attività quotidiane, andando a colpire aree cerebrali che controllano funzioni come la memoria, il pensiero, la parola.

Attualmente non vi è ancora una cura definitiva per questa malattia. Tutti i farmaci attualmente disponibili sono solamente in grado di rallentarne il decorso, quindi di permettere al malato di conservare più a lungo le funzioni cognitive.

Negli ultimi anni sono molte le ricerche per comprenderne le cause e la genesi, anche per poter finalmente scoprire una cura.

Al momento non c’è nulla di comunemente accertato dalla comunità scientifica proprio per quanto le cause, ma vi sono studi molto promettenti.

Recentemente, ad esempio, si è supposto che il virus dell’herpes potrebbe giocare un ruolo significativo nello sviluppo del morbo di Alzheimer: la presenza di questo virus nel cervello potrebbe infatti scatenare una risposta immunitaria basata sul rilascio delle placche di beta-amiloide, proteine ‘appiccicose’ che verrebbero utilizzate dal nostro organismo come una sorta di arma di difesa contro l’invasione virale.

A dimostrare questo nuovo legame tra herpes virus e morbo di Alzheimer un team di ricerca del MassGeneral Institute for Neurodegenerative Disease (MIND) e del Dipartimento di Neurologia presso la prestigiosa Scuola di Medicina dell’Università di Harvard. Gli scienziati, guidati dai professori Rudolph E. Tanzi e Robert D. Moir, hanno condotto diversi esperimenti con topi e su cellule in coltura su piastre di Petri, evidenziando l’accumulo di placche di beta-amiloide in presenza dell’infezione da herpes virus.

Gli studiosi hanno utilizzato due differenti tipologie di virus, l’herpes virus 1 (HVS-1) – quello responsabile del fastidioso herpes labiale – e l’HVS-6: entrambi i patogeni erano stati associati al morbo di Alzheimer da ricerche precedenti ritenute ‘controverse’.

Esisterebbe inoltre anche un collegamento tra l’Alzheimer e la pressione alta: nello specifico, gli esperti hanno riscontrato che il soffrire di ipertensione potrebbe aumentare del 46% il rischio di incorrere nell’Alzheimer.

A dirlo gli scienziati del Rush Alzheimer’s Disease Center di Chicago che hanno voluto analizzare l’impatto che i cambiamenti dei valori della pressione durante la vecchiaia possono avere sul cervello e hanno appunto scoperto come le persone anziane con la pressione alta abbiano più probabilità di riscontrare delle lesioni nelle aree del cervello che sono legate all’insorgenza dell’Alzheimer.

Ma ci sono importantissime novità anche sul fronte della cura.

Biogen, famosa società americana di biotecnologie, sta testando in un progetto di ricerca condotto insieme alla giapponese Eism un nuovo farmaco sperimentale, il BAN2401, e a quanto pare i test sta stanno dando risultati positivi: il farmaco è in grado di rallentare l’avanzamento della malattia.

I risultati positivi di Biogen sono stati una sorpresa totale, soprattutto perché il farmaco sperimentato agisce come un anticorpo mirato ad aggredire la beta-amiloide, la proteina tossica responsabile dell’Alzheimer.

Un risultato ancora più incredibile se si considera che la ricerca sull’Alzheimer ha il record degli insuccessi. Nei dieci anni fra 2002 e il 2012 sono state testate in tutto il mondo 244 nuove molecole in 413 sperimentazioni cliniche: di tutte, una sola è stata approvata.

Una su 244 significa un tasso di fallimento  del 99,6%, contro, per esempio, l’81% delle terapie anti tumorali sotto esame in quegli anni.

Laureanda, content writer professionista, in attesa di patentino giornalista pubblicista, si occupa principalmente di contenuti legati alla sanità italiana e alla tecnologia.

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