Berlinale, è stato “Django” ad inaugurare la rassegna

Nelle scorse ore ha preso il via la sessantasettesima Berlinale, e mentre Hugh Jackman, Richard Gere e l’intramontabile Catherine Deneuve sfilavano sul tappeto rosso, il compito di aprire il Festival è toccato a Django.

“Django” è la storia vera del jazzista francese di origine sinti, Django Reinhardt, costretto alla fuga, durante la seconda guerra mondiale.

Il film, che vede Django Reinhardt interpretato da un ottimo Reda Kateb, muove i passi dalla Parigi del 1943 occupata dai tedeschi dove Diango è già un chitarrista jazz di fama.  Qui subisce il ricatto dei nazisti che lo obbligano a realizzare un tour in Germania dietro la minaccia di sterminio della sua famiglia in caso di rifiuto. Sullo sfondo le persecuzioni contro i rom e la fuga di Django verso la Svizzera grazie all’aiuto di un’amica partigiana.

Nel paese che nel 2015 ha accolto oltre un milione di profughi, per l’emergenza siriana, questo racconto risulta, come ha detto il regista, Etienne Comar Biopic “attuale”. Anche oltre le aspettative: “non l’ho scelto per questo motivo” il parallelismo coi temi di oggi è emerso “durante il lavoro”.

Comar  racconta il percorso di Django verso la sua personale presa di coscienza politica: la scoperta delle persecuzioni cui i nazisti sottopongono la sua gente si intreccia ai limiti che la censura vorrebbe imporre al suo jazz, nella paura che la musica possa «liberare» qualcosa che non diventa più controllabile.

Non sono però mancate anche le critiche: la storia è raccontata con garbo, persino troppo. Buoni e cattivi sono allineati esattamente dove il pubblico se lo aspetta: manca una forza reagente che animi un racconto troppo lineare per coinvolgere.

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