Leucemia, anche il genitore incompatibile può dare il midollo

Eleonora Gitto

I ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma hanno messo a punto una nuova tecnica che permette anche ai genitori di un bambino affetto da leucemia acuta di dare il midollo, anche se non c’è compatibilità.

Le cellule staminali sono state un traguardo eccellente. Grazie a queste la leucemia acuta può essere contrastata efficacemente. Fino ad ora però, i bambini che sono affetti da questa patologia hanno potuto contare solo su un donatore compatibile: il proprio fratello.

Leucemia, i risultati della nuova tecnica

Da oggi, grazie alla nuova tecnica di manipolazione cellulare messa a punto dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico  romano Bambino Gesù, i ragazzi che hanno bisogno di un trapianto di midollo osseo, possono contare anche sul midollo dei propri genitori.  Si legge nello studio,  pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Blood, che le percentuali di guarigione sono lievemente migliori di quelle ottenute nello stesso periodo in pazienti leucemici trapiantati da un donatore perfettamente compatibile.

Dal team di ricercatori, guidati dal Direttore del Dipartimento di Oncoematologia Franco Locatelli, che la tecnica messa a punto non è poi così nuova poiché era stata già utilizzata in alcuni casi di immunodeficienze e malattie genetiche come talassemie e anemie.

Le possibili complicazioni della nuova tecnica

Ogni volta che si mette a punto nuova tecnica però, non possiamo fare a meno di chiederci se ci sono, e quali potrebbero essere, le possibili complicazioni.

Alla domanda risponde proprio il Direttore Locatelli: “A dispetto di questi numeri, esiste un 30-40 per cento di pazienti che non trova un donatore idoneo o che ha un’urgenza di essere avviato al trapianto in tempi non compatibili con quelli necessari a identificare un donatore al di fuori dell’ambito familiare. Per questo, negli ultimi 20 anni molto si è investito nell’utilizzo come donatore di cellule staminali emopoietiche di uno dei due genitori, che sono immunogeneticamente compatibili per il 50% con il proprio figlio”.

“Tuttavia, l’utilizzo di queste cellule senza alcuna manipolazione rischia di causare gravi complicanze, potenzialmente fatali, correlate alla procedura trapiantologica stessa. Per questo motivo, fino a pochi anni fa, si utilizzava un metodo di “purificazione” di queste cellule che garantiva una buona percentuale di successo del trapianto (attecchimento) ma che, sfortunatamente, si associava a un elevato rischio infettivo (soprattutto nei primi mesi dopo il trapianto) con un’elevata incidenza di mortalità. Come risultato finale, i trapianti da uno dei due genitori avevano una probabilità di successo significativamente inferiore a quella ottenibile impiegando come donatore un fratello o una sorella, o un soggetto identificato al di fuori dell’ambito familiare”.

Come funziona la nuova tecnica

La nuova tecnica di manipolazione delle cellule staminali, invece, permette di “eliminare le cellule ‘pericolose’ (linfociti T alfa/beta+), responsabili dello sviluppo di complicanze legate all’aggressione da parte di cellule del donatore sui tessuti del ricevente, lasciando però elevate quantità di cellule ‘buone’ (linfociti T gamma/delta+, cellule Natural Killer), le quali ultime proteggono il bambino da brutte infezioni e dalla ricaduta di malattia”.

La probabilità di guarigione? E’ superiore al 70 per cento.

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